7 ottobre 2023 – 11 settembre 2001, i venti anni che hanno sconvolto il mondo. E non è ancora finita. Due date che portano la firma del jihad islamico sul progetto di attacco e distruzione dell’Occidente e contro il tentativo di un nuovo assetto pacifico del Medio Oriente, i patti di Abramo. Quasi un quarto di secolo per rialimentare la bestia nera dell’antisemitismo del secolo scorso. Dopo il 7 ottobre del massacro stragista degli ebrei in Israele, invece di condannare senza appello il terrorismo di Hamas sono stati aperti i recinti a quella “bestia” e l’antisemitismo ha perso qualsiasi freno inibitorio in mezzo mondo.
A tre anni dal più grave e violento attacco contro gli ebrei dopo la Shoah nella seconda guerra mondiale, il rav Riccardo Di Segni ha commemorato nel Tempio Maggiore di Roma, con un discorso senza alcuna retorica, quello Shabat in cui una lunga striscia di sangue ha segnato il confine tra il buio e la luce, tra chi ama la vita e chi produce morte. Non basterà ripetere “mai più”. Non sarà sufficiente quel “not in my name”. Agli ebrei che si sono ritrovati isolati in tutte le piazze dell’Occidente dobbiamo un’unica risposta, senza se e senza ma, Israele vivrà sempre e noi saremo al suo fianco.
Il tempo della solitudine
di Rav Riccardo Di Segni
Un’antica parabola rabbinica racconta di un re che fece un grande ricevimento per i suoi sudditi e alla fine, quando tutti gli invitati se ne erano andati, chiese ai suoi più vicini di trattenersi un po’ da soli con lui. Con questa parabola i Maestri volevano spiegare il senso della festa di Sheminì ‘Atzeret, alla fine di Sukkot; mentre Sukkot ha un significato universale, che riguarda tutti i popoli della terra, Sheminì ‘Atzeret è un giorno tutto per Israele che consacra il suo rapporto speciale con D. Un terribile gioco della storia ha trasformato questo giorno di gioia in un incubo.
È successo nella comunità di Roma nel 1982, all’uscita da questa sinagoga, subito dopo la benedizione dei bambini. Ed è successo in Israele nel 2023 con l’attacco partito dalla striscia di Gaza verso tutti gli insediamenti ebraici circostanti. Stiamo qui ora a ricordare questi due eventi, in data civile e non religiosa, per non rovinare ulteriormente la festa; sono eventi di diverse proporzioni, ma con molti elementi che li accomunano, a cominciare dal pensiero politico che li ha generati. Questa nostra commemorazione risponde al preciso dovere di non dimenticare, ma deve essere anche una sollecitazione a capire quello che è successo e anche quello che sta succedendo ora. Perché se nel 1982 l’attentato alla Sinagoga fu un trauma che fece tacere quasi magicamente e all’improvviso, come se si fosse consumato un sacrificio rituale, l’ondata di antisemitismo che si era scatenata nei giorni e mesi precedenti, la vicenda iniziata il 7 ottobre è ancora aperta e le sue nefaste conseguenze sono davanti agli occhi di tutti. Come ebrei romani e italiani dobbiamo prendere atto di un mutamento epocale del rapporto nei nostri confronti, del pubblico in generale e del quadro politico.
Possiamo ricordare che neppure venti-trenta anni fa, in margine alle turbolenze politiche generali, gli ebrei italiani erano considerati come custodi di memorie e garanti di credibilità politica; c’era una ricerca sistematica del nostro consenso, un bussare continuo alle nostre porte come se solo il nostro assenso potesse dare una patente di rispetto della democrazia e della lotta al fascismo e al razzismo.
Oggi, con un rovesciamento totale di prospettiva, dal ruolo di vittime siamo passati in un immaginario collettivo a quello di carnefici, siamo additati come sostenitori e complici di un regime considerato criminale. Se prima ci cercavano, oggi molti ci evitano e provano imbarazzo per la nostra presenza. Ed è caduto qualsiasi tabù sull’antisemitismo, che impazza ovunque. Ognuno di noi può raccontare di quante amicizie personali siano finite in questi ultimi mesi, quanto sia difficile mantenere relazioni rispettose a tutti i livelli. Anche se, e dobbiamo sottolinearlo con affetto e riconoscenza, anche se siamo stati isolati, non siamo mai stati del tutto soli e sappiamo che nel mondo circostante c’è chi continua ad apprezzarci e amarci per quello che siamo. Per quello che siamo, appunto, e non per quello che dovremo essere in visioni distorte da una parte e dall’altra.
Nella tempesta che siamo attraversando dovremmo essere capaci di vedere che qualche effetto positivo c’è. Infatti, mentre si diffondono e dilagano miti diffamanti nei nostri confronti, c’è anche la fine dell’uso strumentale della nostra storia e della nostra memoria, sui quali anche noi ci siamo adagiati e compiaciuti come se fossero la chiave della nostra identità. E c’è da sperare che questo ci aiuterà a comprendere meglio chi siamo, prescindendo dell’uso che viene fatto di noi. Tra qualche anno gli storici potranno esaminare a mente fredda questa malattia sociale dilagante che si diffonde e ci colpisce, ma saremo esaminati e giudicati anche noi per come abbiamo risposto e reagito. E non parlo della risposta in termini di contropropaganda più o meno efficace, che da sola è una questione aperta, parlo di come e quale ebraismo e quale comunità sopravviverà a queste turbolenze.
Shemini ‘Atzeret è il giorno in cui si ribadisce una condizione speciale di Israele legata al suo D.; gli eventi drammatici hanno trasformato e rovinato il messaggio sacro di quel giorno; la condizione speciale di Israele è diventata isolamento e solitudine. Sta anche a noi ribaltare in positivo questa situazione recuperando la forza spirituale della nostra tradizione per dare valori morali a noi stessi, alle nostre comunità, e al mondo che ci circonda che sa bene – e forse proprio per questo ci attacca – che di noi non può fare a meno.
(discorso tenuto il 6 ottobre al Tempio Maggiore di Roma)

