La lettera aperta con cui il presidente dell’ARCI Milano è intervenuto nel dibattito sulle bandiere che dovrebbero o non dovrebbero essere presenti al corteo del 25 aprile merita attenzione. Non per alimentare una polemica personale – che sarebbe sterile – ma perché offre l’occasione per una riflessione più ampia sul significato di quella giornata.
Il 25 aprile non è una manifestazione come le altre.
È la festa nazionale della Liberazione, il giorno in cui l’Italia ricorda la sconfitta del nazifascismo e la nascita della Repubblica democratica. È una data che appartiene a tutti gli italiani, non a una sola parte del Paese.
Proprio per questo sorprende leggere prese di posizione che sembrano voler stabilire chi abbia diritto o meno di portare una bandiera in quella giornata.
È bene dirlo subito: la storia dell’ARCI merita di più.L’ARCI nasce dentro la tradizione democratica e antifascista del Paese. Per decenni è stata uno spazio di socialità, cultura e partecipazione civile che ha contribuito alla crescita della democrazia italiana. È difficile pensare che quella storia possa essere ridotta a un terreno di divisione su una delle poche ricorrenze davvero nazionali del nostro calendario civile.
Per capire lo spirito del 25 aprile basta tornare all’inizio. Il 6 maggio 1945, a Milano, il grande corteo che celebrava la vittoria della Resistenza fu aperto dal gruppo dirigente del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà: Mario Argenton per i liberali, Ferruccio Parri per il Partito d’Azione, Giambattista Stucchi per i socialisti, Luigi Longo per i comunisti, Enrico Mattei per la Democrazia Cristiana, insieme al generale Raffaele Cadorna.
Erano uomini con idee politiche profondamente diverse. Ma avevano condiviso una scelta fondamentale: liberare l’Italia dal fascismo e dall’occupazione nazista.
Questo è lo spirito che ha reso il 25 aprile una festa nazionale: una pluralità di tradizioni politiche e morali unite da una stessa scelta di libertà.
Dentro quella storia vi è anche una verità che non può essere rimossa: la partecipazione ebraica alla Resistenza italiana.
Molti ebrei italiani furono protagonisti della lotta antifascista e ne pagarono un prezzo altissimo. Basti ricordare figure come Emanuele Artom, giovane intellettuale e partigiano del Partito d’Azione torturato e ucciso dai nazifascisti nel 1944, o Leone Ginzburg, Eugenio Colorni, Mario Finzi, i fratelli Rosselli.
A questo si aggiunge il contributo della Brigata Ebraica, formazione alleata composta da volontari ebrei che combatté in Italia nella fase finale della guerra contribuendo alla liberazione del Paese. Non a caso, nel 2017 il Parlamento italiano ha conferito alla Brigata Ebraica la Medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza.
Questo significa che quei simboli non sono un tema di politica internazionale contemporanea. Sono parte della storia della Liberazione italiana.
Ed è dunque singolare che proprio quei simboli diventino oggi oggetto di contestazione.
Anche perché nessuno può seriamente arrogarsi il diritto di distribuire patenti di legittimità dentro manifestazioni che negli ultimi anni hanno tollerato presenze ben più problematiche. Nelle piazze del 25 aprile sono sfilate indisturbate bandiere delle autoproclamate repubbliche criminali di Donetsk e Luhansk, simboli della jihad, perfino oggetti che richiamavano gli attentati suicidi dell’Intifada. Episodi che nulla avevano a che fare con la Resistenza italiana e che, tuttavia, non hanno provocato lo stesso scandalo.
C’è poi un fatto storico elementare che raramente viene ricordato: la bandiera della Brigata Ebraica è diventata nel tempo la bandiera dello Stato di Israele. Pretendere di separare rigidamente le due cose rischia di trasformarsi in una distinzione artificiale che non rende giustizia alla storia.
Naturalmente, criticare le politiche di un governo è sempre legittimo. Fa parte della vita democratica. Ma negli ultimi anni si è diffusa una forma di ostilità verso Israele che non si limita alla critica politica e che finisce spesso per assumere un carattere discriminatorio.Un tempo si chiamava antisemitismo.Oggi si preferisce chiamarlo antisionismo, perché suona più elegante.
Ma quando un solo Stato del mondo viene sistematicamente isolato e trasformato nel bersaglio simbolico di ogni male globale, il confine tra critica politica e pregiudizio diventa molto sottile.
Questo clima rischia di riflettersi anche nelle celebrazioni della Liberazione, trasformando il 25 aprile in un’arena delle tensioni geopolitiche contemporanee.
Preoccupano, in questo senso, anche vicende recenti. A Torino, la coincidenza tra la fiaccolata del 25 aprile e lo Shabbat rischia di impedire alla Comunità ebraica di partecipare alla celebrazione. Sarebbe un paradosso se proprio nel giorno della Liberazione una parte così importante della storia della Resistenza e dell’antifascismo torinese venisse, di fatto, esclusa dal suo momento più solenne.
Così come ha suscitato perplessità quanto avvenuto lo scorso anno a Roma, dove fu invitata a intervenire alla manifestazione del 25 aprile Francesca Albanese, figura da tempo al centro di polemiche per posizioni a dir poco incompatibili con lo spirito unitario della celebrazione.
Il compito delle associazioni che custodiscono la memoria della Resistenza dovrebbe essere esattamente l’opposto: difendere il carattere unitario della Liberazione.
Ferruccio Parri, che di quella stagione fu uno dei protagonisti più limpidi, ricordava che la Resistenza non era stata soltanto una vittoria militare, ma una scelta morale collettiva.
È quello spirito che il 25 aprile dovrebbe continuare a rappresentare.
Non il luogo dove si regolano i conti della politica internazionale,ma il giorno in cui una nazione ricorda perché ha scelto la libertà.
Il 25 aprile non può diventare un’arena geopolitica
Luca Aniasi
Presidente Nazionale della FIAP
Federazione Italiana Associazioni Partigiane