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I santi laici dell’Occidente

Quando la sinistra preferisce i miti alla realtà.

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
I santi laici dell’Occidente

Ogni cultura politica costruisce i propri miti, ma quelli della sinistra occidentale hanno una particolarità che li rende più resistenti. Si tratta infatti di miti impermeabili alla realtà e protetti da una sorta di immunità morale preventiva. Non importa ciò che hanno fatto ma ciò che rappresentano. E così, a distanza di decenni, alcune figure continuano a essere celebrate come icone etiche mentre la loro biografia, letta senza devozione, racconta tutt’altro.

Il caso di Che Guevara è forse il più istruttivo. Il bel volto da maschio alfa con tanto di sigaro che allude, è ripetutamente stampato sulle magliette. Lui è il simbolo per eccellenza dell’eroe romantico, del ribelle puro, del guerrigliero coraggioso che sfida la morte per un ideale. Peccato che, una volta al potere, Guevara sia stato tra i promotori dei campi di lavoro forzato cubani, le UMAP, dove finirono oppositori politici, credenti e omosessuali, colpevoli non di ciò che facevano, ma di ciò che erano. Non un incidente e men che mai una deviazione, ma piuttosto una precisa idea di ‘uomo nuovo’ da fabbricare eliminando ciò che non rientrava nel modello della rivoluzione cubana.

Accanto a lui troneggia il suo sodale, quel Fidel Castro che continua ad essere celebrato come il Davide che ha resistito al Golia americano. Meno raccontata è la gestione personale e opaca di un potere durato mezzo secolo, con una rete di privilegi familiari e un’economia parallela in cui il narcotraffico ha avuto un ruolo tutt’altro che marginale, come documentato da inchieste giudiziarie e testimonianze di disertori. Castro non era solo il leader carismatico di una rivoluzione sotto assedio ma era il líder maximo di un sistema che ha usato l’ideologia come copertura per un controllo totale della società e per affari che nulla avevano di rivoluzionario.

Il copione si ripete con Hugo Chávez, trasformato in simbolo della riscossa dei miserabili latinoamericani. In realtà Chávez ha fatto a pezzi una democrazia imperfetta ma funzionante, ha concentrato il potere nelle sue mani, ha svuotato le istituzioni del loro senso, ha militarizzato la politica e ha gettato le basi di una catastrofe economica e sociale i cui effetti devastano ancora oggi Caracas. Anche qui, la versione preferita parla di imperialismo e di sabotaggi esterni ma i fatti raccontano di un popolo immiserito e di uno Stato trasformato in bottino.

Facendo un salto indietro, vale la pena di ricordare a noi e a tutti quel campione di gaglioffagine – il che nulla toglie alle sue qualità di scrittore e tragediografo – che risponde (rispondeva) al nome di Bertolt Brecht, mito colto, intellettuale, apparentemente più raffinato anche se la cultura poco è servita alla sua dignità morale. Quando la sua ex compagna e collaboratrice Carola Neher fu arrestata in URSS e finì nei gulag staliniani, Brecht si rifiutò di spendere una parola in sua difesa. La sua giustificazione è rimasta famosa per il suo gelo morale: se un tribunale sovietico l’aveva condannata, una buona ragione doveva pur esserci. Neher morirà in un campo nel 1942. Non era stata condannata a morte, ma il risultato fu lo stesso, se non peggiore. Qui non c’è fanatismo armato, ma una resa intellettuale ancora più inquietante.

Questi miti non sopravvivono soltanto per ignoranza, ma per scelta deliberata. Smontarli significa incrinare un’identità morale costruita sul racconto selettivo del Novecento, dove i crimini “giusti” diventano errori, e quelli sbagliati diventano sistema. La sinistra occidentale continua così a indignarsi a intermittenza, pronta a vedere il male ovunque, purché non sfiori i propri idoli. E forse è proprio questa la lezione più amara: non esistono miti innocui, quando servono a travestire e mistificare la realtà.


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