Nei Fanatici dell’Apocalisse, un classico della storiografia scritto pochi anni dopo la seconda guerra mondiale, Norman Cohn mostra come il millenarismo non sia affatto scomparso nella società occidentale moderna. Al contrario si è trasformato, ha cambiato linguaggio e simboli, ma ha continuato a vivere assumendo di volta in volta nuove forme politiche. Per Cohn i movimenti apocalittici che tra XI e XVI secolo attendevano un “regno dei santi” sulla terra, e spesso vi si adoperavano attivamente, non sono una curiosità archeologica, ma una matrice profonda delle ideologie totalitarie del Novecento, e in particolare del nazismo.
Il punto non è tanto la presenza o meno di riferimenti religiosi, che peraltro anche nel nazismo a suo modo non mancano, quanto la struttura mentale che accomuna esperienze apparentemente tanto lontane. L’apocalittismo classico e il nazismo condividono una visione dualistica del mondo, diviso in modo netto e manicheo tra un Bene e un Male assoluti. Nel caso del Terzo Reich questa logica si traduce nella leggenda di una razza ariana pura, depositaria del Bene, contrapposta a un nemico irriducibilmente malvagio, gli ebrei, principio di corruzione universale. Da qui la conclusione palingenetica: il mondo così com’è non può essere riformato, deve essere distrutto e rifondato. La violenza genocida diventa così uno strumento della purificazione e addirittura un atto di altruismo necessario per aprire la strada al Reich che i suoi fautori avrebbero voluto – guarda caso – “millenario”.
L’apocalisse, in questo senso, è un evento che non basta attendere, ma che va realizzato. Non si aspetta la fine dei tempi, la si produce. Ma se il fine è assoluto, assoluti sono di conseguenza anche i mezzi impiegati per perseguirlo: e ogni mezzo è insieme lecito e necessario per la redenzione dell’umanità.
Il pensiero apocalittico non si è esaurito con la caduta del nazismo. Oggi è saldamente presente in movimenti populisti che, pur collocandosi su fronti ideologici diversi (ma accomunati dall’estremismo politico) o anche dichiarandosi “né di destra né di sinistra”, condividono la medesima postura di fondo. Sarebbe fin troppo facile, a questo proposito, fare riferimento all’intera parabola dei cinque stelle, dai mitici “Vaffa Day” del fondatore alle giravolte dell’attuale avvocato del popolo.
L’immaginario distruttivo dei millenaristi targati 2026 si manifesta con evidenza nell’odierno attivismo contro Israele, che non ha nulla della critica politica legittima e invece tutto dell’antisemitismo appena appena celato. Israele (leggi: l’ebreo) è incarnazione del Male assoluto: la quintessenza di imperialismo, colonialismo e violenza tutta occidentale. Israele (leggi: l’ebreo) è un’istanza metafisica, un principio fantasmatico sconosciuto nella realtà quotidiana, in cui compare non in carne e ossa ma esclusivamente come obiettivo prima da demonizzare, poi da escludere, infine da colpire e uccidere. La logica è ancora una volta quella dello scontro finale tra oppressi e oppressori, tra Bene e Male, in cui la distruzione dell’uno diventa la condizione per la redenzione dell’altro.
Le analogie tra il millenarismo medievale, la versione novecentesca nazista e le forme attuali di apocalittica secolarizzata sono evidenti. In tutti i casi troviamo una visione dualista che semplifica il mondo in campi inconciliabili, la convinzione che il presente sia irrimediabilmente corrotto e la promessa di un’utopia futura che giustifica la distruzione dell’esistente. Cambiano i simboli, cambiano i nemici (davvero?), ma la struttura del discorso resta sorprendentemente simile. Oggi come ieri, il ricorso a un quadro apocalittico e la legittimazione di narrazioni che trasformano il conflitto delle idee in guerra morale assoluta e Israele (leggi: gli ebrei) nel nemico da estirpare per la salvezza del mondo aprono la porta a quelle stesse dinamiche che Cohn aveva individuato come anticamera della barbarie.
I (nuovi) fanatici dell’Apocalisse
I (nuovi) fanatici dell’Apocalisse

