Home > Decoder > I Mizrahim negli anni Cinquanta

I Mizrahim negli anni Cinquanta

Maabarot, fratture sociali, radici politiche del cambiamento

Setteottobre

Tempo di Lettura: 3 min
I Mizrahim negli anni Cinquanta

Che cosa significa Mizrahim

Mizrahim indica gli ebrei provenienti dai Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa: Iraq, Yemen, Marocco, Tunisia, Egitto, Libia, Siria. Tra il 1948 e la metà degli anni Cinquanta circa 700.000 ebrei lasciano o sono costretti a lasciare quei Paesi e arrivano in Israele. Nel giro di pochi anni la popolazione dello Stato raddoppia. È uno shock demografico, economico e culturale.

Le maabarot

Per assorbire questa immigrazione di massa il governo crea le maabarot, campi di transito composti da tende o baracche prefabbricate. Nel 1951 vi abitano oltre 200.000 persone. Le condizioni sono dure: servizi igienici insufficienti, lavoro scarso, assistenza minima. Molti vi restano mesi, altri anni. L’idea iniziale è temporanea; la permanenza si prolunga.
Gran parte dei nuovi arrivati viene poi trasferita nelle cosiddette “città di sviluppo” in periferia, nel Negev o in Galilea. La distribuzione non è neutra: il centro del Paese resta in larga misura dominato dalla popolazione ashkenazita, di origine europea, già inserita nei gangli politici ed economici.

Tensioni sociali

Il modello dominante nei primi decenni è quello laburista, guidato da David Ben-Gurion e dal Mapai. È uno Stato fortemente centralizzato, con economia pianificata e un’élite dirigente ashkenazita che spesso guarda ai nuovi arrivati con paternalismo. Non mancano discriminazioni implicite ed esplicite: nell’accesso all’istruzione, nei percorsi professionali, nella rappresentanza culturale.
Il divario non è solo economico ma simbolico. Molti Mizrahim percepiscono una svalutazione della propria tradizione religiosa e culturale, considerata arretrata rispetto al modello europeo socialista che guida il Paese. La frattura non esplode subito in forma politica, ma sedimenta.

Wadi Salib e le proteste

Nel 1959, nel quartiere di Wadi Salib a Haifa, scoppiano proteste dopo il ferimento di un residente marocchino da parte della polizia. Le manifestazioni denunciano discriminazioni e marginalizzazione. È un primo segnale che la questione sociale non è transitoria. Negli anni Settanta emergeranno movimenti più strutturati come le Pantere Nere israeliane, composte in larga parte da giovani mizrahi di Gerusalemme.

Le radici del cambiamento politico

La distanza tra establishment laburista e periferie mizrahi diventa un fattore politico decisivo. Menachem Begin, leader dell’Herut e poi del Likud, costruisce un rapporto diretto con quei ceti. Il suo linguaggio è meno elitario, più identitario, più attento al sentimento di esclusione. Non promette solo politiche sociali diverse, ma riconoscimento e dignità.
Nel 1977, con la vittoria del Likud, avviene il cosiddetto “mahapach”, il ribaltamento politico. Per la prima volta la sinistra laburista perde il potere. Il voto mizrahi è determinante. Non è un semplice spostamento elettorale: è l’esito di due decenni di tensioni accumulate.

Conseguenze di lungo periodo

Le fratture degli anni Cinquanta non si sono dissolte del tutto, ma hanno ridefinito la società israeliana. Oggi la distinzione tra ashkenaziti e mizrahim è meno rigida sul piano culturale e familiare, ma le memorie di marginalizzazione continuano a influenzare il discorso pubblico. La questione sociale si intreccia con quella religiosa e con le scelte geopolitiche.

In sintesi

Le maabarot sono anche il laboratorio in cui si forma una nuova stratificazione sociale. Dalla gestione dell’immigrazione mizrahi nasce una frattura che, vent’anni dopo, cambia gli equilibri politici del Paese. Il successo del Likud nel 1977 affonda le sue radici anche in quelle tende battute dal vento degli anni Cinquanta, dove si è formato un sentimento di esclusione che ha cercato voce e rappresentanza.


I Mizrahim negli anni Cinquanta