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I dollari di Teheran nella politica libanese

Un’inchiesta dell’emittente iraniana di opposizione Iran International sostiene che il presidente del Parlamento Nabih Berri riceva ogni mese mezzo milione di dollari dall’Iran per garantire la compattezza del fronte sciita e difendere gli interessi di Hezbollah

Shira Navon

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I dollari di Teheran nella politica libanese

Nabih Berri occupa da oltre tre decenni uno dei posti più solidi e influenti della politica libanese. Presidente del Parlamento dal 1992 e leader storico del movimento sciita Amal, Berri è da tempo una figura centrale negli equilibri interni del Paese, capace di muoversi tra le istituzioni ufficiali di Beirut e la complessa rete di relazioni che unisce il Libano all’Iran e a Hezbollah. Proprio su questo intreccio di potere e denaro si è concentrata nelle ultime ore un’inchiesta del canale di opposizione iraniano Iran International, secondo cui il veterano della politica libanese riceverebbe da Teheran un pagamento mensile superiore ai cinquecentomila dollari.

L’emittente, con sede a Londra e molto seguita dalla diaspora iraniana ostile al regime degli ayatollah, sostiene di aver raccolto testimonianze da fonti a conoscenza diretta del sistema di finanziamenti. Secondo queste ricostruzioni, il denaro avrebbe uno scopo preciso: assicurare la coesione della leadership sciita in Libano e garantire che le decisioni politiche prese a Beirut restino in linea con gli interessi strategici dell’Iran e con la posizione di Hezbollah. Le fonti citate dall’emittente spiegano che il trasferimento regolare di fondi servirebbe in sostanza a mantenere compatto il blocco politico sciita e a prevenire eventuali deviazioni rispetto alla linea di Teheran.

Berri, che oggi ha ottantotto anni ed è uno dei politici più longevi del Medio Oriente, non ha rilasciato commenti sulle accuse. Interpellato dall’emittente, uno dei suoi consiglieri si è limitato a dichiarare che non verranno fatte dichiarazioni in questa fase. Il silenzio della sua cerchia non ha tuttavia impedito alla notizia di circolare rapidamente nei media regionali, anche perché arriva in un momento delicato per la politica libanese. Negli ultimi mesi il nuovo presidente della Repubblica Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam hanno cercato di ridurre il peso militare di Hezbollah, sotto la pressione crescente della comunità internazionale e con l’obiettivo di allentare la tensione permanente con Israele lungo il confine meridionale.

Secondo le fonti citate da Iran International, Berri avrebbe evitato di opporsi pubblicamente agli attacchi lanciati da Hezbollah contro Israele proprio per non compromettere i flussi di denaro provenienti dall’Iran. In questo quadro il presidente del Parlamento sarebbe inoltre riluttante a sostenere qualsiasi iniziativa istituzionale che punti al disarmo della milizia sciita, perché un simile passaggio metterebbe in discussione l’assetto di potere che negli ultimi decenni ha consolidato l’asse tra Amal, Hezbollah e Teheran.

Il peso politico di Berri non deriva soltanto dalla sua posizione parlamentare. Amal, il movimento che guida dagli anni Ottanta, rimane uno dei pilastri della rappresentanza sciita nel sistema confessionale libanese e mantiene un rapporto di cooperazione stabile con Hezbollah, con il quale condivide una larga parte dell’elettorato e dell’apparato politico locale. L’influenza del leader sciita attraversa quindi tanto le istituzioni quanto la complessa rete di alleanze che struttura la politica del Paese.

Sui social media sono circolate anche accuse ancora più pesanti, secondo cui Berri sarebbe stato coinvolto nella diffusione di informazioni sensibili su riunioni riservate della leadership di Hezbollah. In alcune versioni di queste ricostruzioni si sostiene che avrebbe rivelato il luogo di un incontro del comando militare guidato da Hassan Nasrallah in un edificio nel quartiere Dahiyya di Beirut. Si tratta tuttavia di affermazioni che restano prive di conferme indipendenti e che per ora appartengono più alla sfera della speculazione politica che a quella dei fatti accertati.

La figura di Berri continua quindi a incarnare le contraddizioni del sistema libanese. Nato nel 1938 in Sierra Leone, dove molti sciiti libanesi emigravano in cerca di lavoro, è tornato in patria per costruire una carriera politica che lo ha portato a diventare uno degli uomini più potenti del Paese. Nel corso degli anni ha coltivato rapporti con le élite arabe e con interlocutori occidentali, riuscendo a mantenere una posizione di equilibrio tra interessi regionali spesso in conflitto tra loro. Le rivelazioni sull’eventuale finanziamento iraniano aggiungono ora un nuovo capitolo a questa lunga storia politica, mostrando quanto il Libano resti esposto alle influenze esterne e quanto la linea di confine tra politica nazionale e strategie regionali continui a essere fragile.

Nel fragile mosaico libanese, dove ogni decisione nasce da un delicato bilanciamento tra comunità religiose, partiti armati e pressioni internazionali, il ruolo di Berri resta quindi centrale. Se le accuse diffuse dall’emittente iraniana trovassero conferme, il quadro che emergerebbe sarebbe quello di una politica nazionale profondamente intrecciata con le strategie di Teheran e con l’asse militare costruito attorno a Hezbollah. In un Paese che fatica da anni a ricostruire la propria sovranità istituzionale, una simile ipotesi renderebbe ancora più evidente la distanza tra le istituzioni formali dello Stato e i rapporti di forza che ne determinano realmente le decisioni.


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