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Hormuz, il collo di bottiglia che tiene il mondo con il fiato sospeso

Ventuno milioni di barili al giorno in bilico tra minacce, assicurazioni cancellate e petroliere ferme: lo Stretto diventa l’arma energetica di Teheran

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Hormuz, il collo di bottiglia che tiene il mondo con il fiato sospeso

Lo Stretto di Hormuz è un corridoio marittimo largo poco più di tre chilometri per ciascuna direzione di navigazione, eppure da quel tratto d’acqua passa quasi un quinto dell’energia che alimenta il pianeta. Secondo la U.S. Energy Information Administration transitano quotidianamente tra i 20 e i 21 milioni di barili di greggio, condensati e prodotti raffinati, oltre a circa un terzo del gas naturale liquefatto scambiato a livello globale. In queste ore quel passaggio vitale appare paralizzato, con petroliere che rallentano o si fermano prima di entrare nel Golfo, mentre le compagnie assicurative rivedono o cancellano le coperture e i premi schizzano verso l’alto.

Il Financial Times ha riferito che il traffico è quasi completamente bloccato per le navi battenti bandiera occidentale, e Reuters segnala che le tariffe di trasporto per le grandi petroliere sulla rotta Medio Oriente-Cina sono più che triplicate nel giro di pochi giorni, riflettendo il timore di attacchi e la scarsità di imbarcazioni disponibili. Nella notte un numero limitato di navi è riuscito a transitare, ma la maggior parte resta in attesa, in un contesto nel quale è stata segnalata anche un’aggressione a una petroliera a nord del porto omanita di Khasab, con l’evacuazione dell’equipaggio e alcuni feriti.

La vulnerabilità di Hormuz è nota da tempo agli analisti energetici, perché Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Kuwait e Qatar dipendono in larga misura da quel passaggio per esportare il loro greggio e il loro gas. Il Qatar convoglia quasi tutta la propria produzione di GNL attraverso lo stretto, e oltre l’80 per cento delle spedizioni energetiche che lo attraversano è destinato ai mercati asiatici, con Cina, India, Giappone e Corea del Sud in prima linea. L’India importa quasi il novanta per cento del proprio fabbisogno di petrolio e la Corea del Sud trae la maggior parte del greggio dal Medio Oriente, il che rende quelle economie particolarmente esposte a qualsiasi interruzione.

Il greggio Brent ha già superato i 72 dollari al barile, con un aumento di circa il 19 per cento dall’inizio dell’anno, mentre il West Texas Intermediate si aggira intorno ai 67 dollari. Diversi analisti citati dalle agenzie stimano che una riduzione significativa del traffico potrebbe spingere i prezzi verso gli 80 dollari, mentre una chiusura prolungata rischierebbe di avvicinare o superare quota 100, con effetti immediati sull’inflazione e sulle politiche delle banche centrali. Gli operatori del gas naturale liquefatto stanno già cercando carichi alternativi, poiché più di una dozzina di metaniere collegate al Qatar hanno sospeso i viaggi per evitare l’area.

L’Iran controlla di fatto una sponda dello stretto e da anni evoca la possibilità di limitarne il traffico in risposta a pressioni militari o sanzioni. Pur rappresentando circa il tre per cento della produzione mondiale di petrolio, Teheran dispone di riserve stimate in oltre 200 miliardi di barili e può esercitare un’influenza che va oltre il proprio peso produttivo, semplicemente sfruttando la geografia. Il tratto di mare è tra i più militarizzati al mondo, con unità navali e sistemi missilistici che aumentano il rischio di errori di calcolo.

Anche senza una proclamazione formale di chiusura, la percezione di pericolo è sufficiente a frenare i flussi, perché le compagnie devono valutare costi assicurativi, sicurezza degli equipaggi e possibili danni alle navi. Gli episodi del passato, come l’attacco del 2019 agli impianti sauditi di Abqaiq che compromise temporaneamente una quota rilevante della produzione globale, restano impressi nella memoria dei mercati. Oggi Hormuz torna a essere il punto nevralgico di una crisi che unisce dimensione militare ed economica, e che dimostra quanto l’energia sia al tempo stesso risorsa e leva strategica. Finché quel corridoio resterà incerto, l’intero sistema globale dovrà fare i conti con un equilibrio precario che nessuna rotta alternativa può sostituire completamente.


Hormuz, il collo di bottiglia che tiene il mondo con il fiato sospeso