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Hormuz, bottino di guerra: l’Iran può vincere anche senza vincere

Se il conflitto si chiude ora, Teheran trasforma lo Stretto in un ricatto per l’Occidente

Vincenzo Petrone

Tempo di Lettura: 5 min
Hormuz, bottino di guerra: l’Iran può vincere anche senza vincere

Hormuz e l’Iran del dopoguerra

Il presidente degli Stati Uniti si è chiesto pubblicamente perché l’Iran non accetti la sconfitta e pochi giorni fa ha dichiarato che ormai il “regime change” a Teheran c’è già stato in quanto, dopo l’eliminazione delle prime e delle seconde file dei vertici della dittatura teocratica, la terza fila, con cui l’America sta negoziando indirettamente, appare più ragionevole e razionale.

Sfidando poi l’incredulità dei giornalisti, ha toccato un punto assolutamente nevralgico di questa fase della guerra affermando che: “l’ayatollah ed io potremmo gestire insieme lo Stretto di Hormuz”.
Queste tergiversazioni fantasiose stanno preoccupando profondamente sia Israele che le monarchie del Golfo. E gli amici europei dell’America difficilmente possono sentirsene rassicurati, in quanto queste preludono a uno scenario futuro carico di rischi.

Le affermazioni di Trump potrebbero anche essere il preludio a una pace qualunque, a un “declare victory and leave”. Se così fosse, il regime teocratico iraniano uscirebbe strategicamente rafforzato, e di molto da questa guerra.

Anche qualora nei negoziati in corso accettasse di mettere indefinitamente in pausa le attività di arricchimento dell’uranio e persino se acconsentisse a limitare la produzione di missili balistici, Teheran uscirebbe comunque vittorioso dal conflitto, e senza mezzi termini, se la guerra si concludesse adesso, senza “regime change”. E questo per due ragioni.

La prima è che gli ayatollah e il loro apparato di potere, Guardie della Rivoluzione e Majlis in testa, resterebbero dove sono, saldamente al potere, dopo aver dimostrato di sapere e potere impunemente reprimere qualsivoglia opposizione al regime.
In nome della pace e dei mercati, la comunità internazionale sembra aver già condonato o almeno dimenticato i circa 30.000 caduti nelle strade, nelle piazze e nelle università dell’Iran, alla ricerca di libertà.

La seconda ragione è che il controllo iraniano dello Stretto di Hormuz, se tollerato, costituirebbe nel dopoguerra la nuova arma totale del regime verso l’Occidente.

L’Iran teocratico ha dimostrato in poche settimane di poter condizionare in maniera determinante i mercati petroliferi, quelli finanziari, il ciclo congiunturale dell’intero mondo occidentale e i livelli di inflazione nelle nostre economie.

E questo, quasi senza sparare un colpo, ma semplicemente arrogandosi il diritto di decidere sovranamente, in piena violazione del diritto internazionale, quali navi possono entrare ed uscire dal Golfo Persico, quali Paesi possano liberamente commerciare con le monarchie del Golfo e quanto debbano pagare all’Iran le navi ammesse al transito nello Stretto, a titolo di pedaggio: Hormuz diventerebbe così un autentico Eldorado per il regime.

Prima che la guerra iniziasse, la media dei passaggi attraverso lo Stretto era di 147 navi al giorno. In base ai dati finora confermati dai registri navali e dagli analisti, le petroliere e le portacontainer che attualmente vengono autorizzate a passare pagano in media un pedaggio di due milioni di dollari a nave.

In un regime di normalità e ai livelli precedenti all’inizio delle ostilità, questo vorrebbe dire almeno 294 milioni di dollari di entrate giornaliere, ovvero 107 miliardi di dollari all’anno nelle casse degli ayatollah.

Una cifra sufficiente a rimettere in moto il mercato interno dei consumi, a calmare i bazar, a coprire di oro Guardie Rivoluzionarie, Majlis, servizi segreti e forze armate. E riprendere alla grande i generosi finanziamenti a Hezbollah, Hamas, Houthi e via discorrendo.

Con i pedaggi, il regime beneficerebbe di un flusso costante di entrate che nessun sistema di sanzioni potrebbe arrestare, per la semplice ragione che interrompere quel flusso significherebbe, in Occidente, scatenare nuovamente la spirale dei prezzi di petrolio, gas, elio e quant’altro. E nelle monarchie del Golfo, creare instabilità e incertezza nelle economie e nella stessa sopravvivenza di quelle fragili monarchie.
Come reagirebbero queste ultime e cosa farebbero, ad esempio, gli europei e noi italiani, se la morsa dell’Iran sullo Stretto di Hormuz non venisse contrastata manu militari dagli Stati Uniti nelle prossime settimane?

È ben possibile che i nostri governi accetterebbero il fatto compiuto e riconoscerebbero, in maniera più o meno esplicita, la sovranità iraniana sulle acque di Hormuz, e lascerebbero che armatori, società petrolifere e grandi aziende del trasporto marittimo paghino il pedaggio, per ora di due milioni, in futuro chissà, all’esattore di Teheran.

Non è difficile prevedere che gli emiri e la dinastia saudita farebbero altrettanto e cercherebbero con l’Iran delle forme di convivenza basate sulla realtà, ossia sul riconoscimento dell’Iran degli ayatollah come potenza egemone in tutta l’area del Golfo Persico.

In un contesto di questo genere, la disponibilità espressa pubblicamente dai leader politici di Germania, Francia e Italia a far parte di un meccanismo di gestione del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz servirebbe di fatto a gestire lo status quo e nella sostanza sarebbe espressione di una realtà strategica, commerciale e militare, ossia il riconoscimento del sovrano diritto dell’Iran a gestire a suo piacimento il passaggio delle forniture navali attraverso lo Stretto. È molto improbabile, ad esempio, che a un rifiuto iraniano di far passare navi dirette in questo o quel paese, Parigi, Berlino o Roma risponderebbero con le proprie forze navali.

La conclusione, purtroppo inevitabile, è che se questa guerra dovesse concludersi adesso con questo risultato nello Stretto di Hormuz, forse non sarebbe mai stato opportuno iniziarla, visto che da anni il regime iraniano minaccia la chiusura dello Stretto in caso di guerra. Adesso l’ha fatto senza fatica e ne vediamo le conseguenze.

Ricordavo all’inizio lo stupore di Trump sul fatto che l’Iran non accetti la sconfitta sul campo. Occorre ricordargli che gli ayatollah combattono per la sopravvivenza del loro regime, non per l’inflazione, le elezioni mid-term. Che sono fanatici religiosi e smetteranno di combattere solo quando avranno perso la guerra sul serio. E non è ancora così. Anzi, tutt’altro.


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