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⌥ Hollywood party

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Susan Sarandon è sempre stata di sinistra (liberal li chiamano, ma stiamo sempre parlando di quella roba lì), sempre stata pronta tra un film e l’altro ad afferrare un microfono, a intestarsi una marcia, a sparare un tweet. Ma quello che è venuto fuori con la guerra dopo il 7 ottobre ha sorpreso parecchi anche tra chi la conosceva come una voce forte e bizzarra.

In un comizio pro-Palestina ha detto che «gli ebrei stanno assaggiando cosa significa essere musulmani in questo paese», una frase che per molti non era semplicemente controversa ma – come hanno sottolineato critici e commentatori – ha suonato come se stesse dicendo che gli ebrei «se lo sono meritato» il massacro del 7 ottobre. Il risultato è stato un pullulare di reazioni furiose, su tutte quella della United Talent Agency, l’agenzia che la rappresentava da anni e che ha deciso di mandarla al diavolo e a chiudere ogni rapporto con lei: a confermare l’uscita di scena è stato Richard Siklos, portavoce dell’agenzia.

Ora, fermiamoci un momento. La reazione secca e senza sconti della sua agente (o meglio del suo agente collettivo, quell’immenso corpaccione che è UTA) non è roba da poco. Succede in un momento in cui Hollywood, come società più ampia, è spaccata in modo feroce su Israele e Gaza, e dove molte celebrità che un tempo venivano applaudite per il loro impegno politico si trovano a fare i conti con linee rosse non scritte ma potentissime. Parlare di certe cose con leggerezza o con semplificazioni grossolane, e innaffiando il brunch sotto il sole californiano con volgarità antisemite non è più tollerato. Il fatto che un’attrice (brava e non una sciacquetta qualsiasi) di quasi ottant’anni si sia trovata sbattuta fuori dal giro così rapidamente dice qualcosa di profondo sul clima culturale di oggi.

C’è un punto che vale la pena considerare con chiarezza: vedere qualcuno pagare subito le conseguenze di dichiarazioni così fragorose – nella forma e nel contenuto – ci ridà un po’ di ossigeno. In tempi cupi come questi, quando il cuore ci pesa ogni volta che scopriamo che l’amico di una vita coltiva idee antisemite che ha trattenuto per anni sotto una facciata civile, sapere che esistono ancora reazioni nette, prive di doppiezza, ci aiuta a pensare che quello che facciamo ha un qualche senso, che non siamo dei panda destinati all’estinzione, e che non tutto il mondo si è assuefatto alle banalizzazioni e alle giustificazioni di fronte a dichiarazioni che hanno conseguenze reali per comunità che affrontano minacce concrete di violenza. Che persino a Hollywood, in mezzo a piscine piene non d’acqua ma di dollari, qualcuno dica “qui si chiude” piuttosto che “andiamo avanti e lasciamo correre”: beh, non è poco.


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