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Hezbollah, Teheran si fa comando

Ufficiali dei Pasdaran guidano direttamente i piani militari nel sud del Libano mentre cresce il timore di un’offensiva israeliana su larga scala

Shira Navon

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Hezbollah, Teheran si fa comando

Le rivelazioni diffuse dall’emittente saudita Al-Arabiya gettano una luce cruda su un passaggio che molti ritenevano già in atto ma che ora assume contorni molto più netti: ufficiali dei Guardiani della Rivoluzione iraniani non si limiterebbero più a fornire consulenza a Hezbollah, bensì ne dirigerebbero operativamente le scelte militari in vista di uno scontro diretto con Israele. Non si tratta di una presenza simbolica né di un coordinamento a distanza, perché secondo le fonti citate alcuni quadri di Teheran, attivi da anni in Libano, sarebbero stati affiancati da altri ufficiali inviati di recente, in un momento in cui la Repubblica islamica teme possibili attacchi americani contro i propri impianti strategici.

Il dato più significativo riguarda il coinvolgimento personale di questi ufficiali nella pianificazione delle operazioni, con riunioni presiedute direttamente da comandanti iraniani su diversi fronti, compreso quello missilistico. Nella valle della Bekaa, area storicamente centrale per l’arsenale del movimento sciita, si parla di un incontro tra esponenti dei Pasdaran e l’unità responsabile dei missili, proprio quella che nelle ultime ore è stata colpita da un’importante operazione israeliana. Il nesso temporale tra la riunione e il raid suggerisce che l’intelligence di Gerusalemme fosse a conoscenza di un livello di coordinamento ben superiore alla semplice assistenza tecnica, e che abbia voluto lanciare un messaggio preciso non solo a Beirut ma direttamente a Teheran.

Che l’Iran consideri Hezbollah il proprio braccio armato nel Levante non è una novità, tuttavia il salto di qualità indicato dalle fonti saudite parla di una gestione più centralizzata delle capacità balistiche, in un momento in cui il confine nord di Israele resta una linea di frizione permanente.

Dopo mesi di scambi di fuoco a bassa intensità e di evacuazioni nelle località israeliane più esposte, l’ipotesi di un’operazione su larga scala contro le infrastrutture militari libanesi non appare più confinata alle analisi accademiche. Negli ambienti vicini al movimento sciita, sempre secondo quanto riportato, si dà quasi per scontato che un’offensiva israeliana sia solo questione di tempo, mentre resta incerto il calendario e soprattutto l’ampiezza dell’intervento.

In questo scenario la scelta di Teheran di assumere un ruolo di comando diretto potrebbe rispondere a una doppia esigenza, poiché da un lato rafforza il controllo sulle decisioni strategiche e dall’altro invia un segnale di deterrenza agli Stati Uniti e a Israele, facendo capire che ogni colpo inferto a Hezbollah rischia di trasformarsi in un confronto più ampio. Resta da capire fino a che punto questa sovrapposizione di catene di comando aumenti la capacità operativa del movimento o, al contrario, lo esponga a un conflitto che il Libano, già stremato da una crisi economica e istituzionale senza precedenti, difficilmente potrebbe sopportare. In gioco non c’è soltanto l’equilibrio lungo la Linea Blu, ma la possibilità che l’ennesima escalation regionale superi la soglia di contenimento che finora, pur tra tensioni costanti, ha evitato un’esplosione totale.

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