Per Hezbollah questo non è solo un momento difficile, è un tornante strategico in cui ogni scelta comporta un costo potenzialmente esistenziale. L’ipotesi di una guerra aperta tra Stati Uniti e Iran, con possibili ricadute dirette su Israele, mette la leadership dell’organizzazione sciita davanti a un dilemma che accompagna Hezbollah fin dalla sua nascita ma che oggi assume un peso inedito, perché il contesto regionale è cambiato e molte delle certezze del passato si sono incrinate. Sostenere Teheran senza trascinare il Libano in una guerra devastante, oppure restare ai margini rischiando di rompere il legame vitale con l’Iran, non è più un esercizio teorico ma una decisione che potrebbe arrivare molto presto.
La posizione di Naim Qassem, segretario generale succeduto a Hassan Nasrallah, riflette questa tensione. Privo del carisma e dell’autorità del suo predecessore, Qassem guida un’organizzazione ferita, meno sicura di sé e molto più esposta sul piano interno. Dopo anni in cui Hezbollah ha cercato di presentarsi come il garante della sicurezza libanese, il coinvolgimento diretto nella guerra a sostegno di Bashar al-Assad ha definitivamente chiarito a una larga parte della società libanese che il baricentro dell’organizzazione non è Beirut ma Teheran. La caduta del regime siriano ha poi prodotto effetti concreti e immediati, interrompendo una delle principali rotte di approvvigionamento di armi e rendendo più fragile l’infrastruttura militare del movimento.
In questo quadro, le dichiarazioni prudenti e volutamente ambigue di Qassem, che parla di una regione pronta a incendiarsi e di una Hezbollah che non resterebbe neutrale se la guida suprema iraniana fosse minacciata, non sono il segnale di una strategia definita ma il sintomo di un’incertezza profonda. All’interno dell’organizzazione il dibattito è reale e tutt’altro che risolto, perché intervenire militarmente a fianco dell’Iran significherebbe esporsi a una reazione israeliana che Hezbollah, nelle condizioni attuali, faticherebbe a reggere, mentre restare fuori dal conflitto rischierebbe di essere letto a Teheran come un tradimento.
Il problema non è soltanto militare. Hezbollah dipende dall’Iran non solo per i finanziamenti e per l’addestramento, ma anche sul piano ideologico e religioso, riconoscendo nell’autorità di Ali Khamenei una fonte di legittimazione che va oltre la politica. Un eventuale indebolimento grave del regime iraniano, o peggio ancora un suo collasso, avrebbe effetti devastanti sull’organizzazione sciita, privandola del suo principale riferimento e mettendo in discussione la sua stessa ragion d’essere. È anche per questo che l’idea di restare spettatori in uno scontro che coinvolga direttamente Teheran appare, per molti dirigenti di Hezbollah, quasi impraticabile.
D’altra parte, la Hezbollah di oggi non è quella che fino a pochi anni fa dettava legge in Libano con una sicurezza quasi ostentata. Le eliminazioni mirate, i colpi subiti alle infrastrutture militari, la perdita di figure chiave e la crescente difficoltà nel riunire i vertici per timori legati alla sicurezza hanno ridotto la capacità decisionale e reso ogni scelta più lenta e più rischiosa. L’organizzazione conserva ancora un arsenale significativo e una capacità di disturbo reale, ma opera sempre meno come un esercito strutturato e sempre più come una forza di guerriglia che cerca di preservare ciò che resta del proprio potere.
In questo scenario, Hezbollah si trova stretto tra due pericoli speculari. Agire significherebbe probabilmente subire un colpo dal quale sarebbe difficile rialzarsi, mentre non agire potrebbe compromettere in modo irreversibile il rapporto con l’Iran, l’unico alleato che ne garantisce la sopravvivenza politica e materiale. È una scelta tra opzioni tutte negative, in cui la margine di manovra si è ridotto al minimo e in cui il tempo, più che aiutare, rischia di lavorare contro.
Hezbollah davanti allo specchio iraniano

