Da giorni, sotto la superficie apparentemente immobile del cessate il fuoco, si muove una discussione che in Israele viene seguita con attenzione e una certa inquietudine, perché riguarda non tanto l’ennesima schermaglia diplomatica quanto una possibilità concreta che tocca il cuore del conflitto. Secondo quanto riportato dal quotidiano Asharq Al-Awsat e ripreso dal sito israeliano Walla, alcuni vertici di Hamas starebbero preparando una “uscita sicura” dalla Striscia di Gaza, ipotesi che rientrerebbe nella seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco promosso dagli Stati Uniti e attribuito all’iniziativa dell’amministrazione di Donald Trump.
La notizia, per quanto circondata da smentite e distinguo, è politicamente esplosiva perché rimette al centro una domanda che Israele si pone da anni, e che dopo il 7 ottobre è diventata ancora più urgente: che cosa fare della leadership di Hamas una volta terminata la fase militare più intensa. Le fonti citate dal quotidiano saudita parlano di una partenza volontaria, coordinata con la dirigenza esterna dell’organizzazione, e di destinazioni diverse, tra cui anche la Turchia, mentre altre figure, soprattutto legate all’ala militare, rifiuterebbero qualsiasi ipotesi di abbandono della Striscia.
Il punto non è soltanto se queste informazioni siano del tutto fondate, ma il fatto che tornino ciclicamente a emergere proprio nei momenti di transizione, quando il conflitto sembra entrare in una fase meno caotica e più negoziale. Durante i lunghi mesi di guerra, Hamas aveva ripetuto che nessuno avrebbe lasciato Gaza, rivendicando una presenza radicata e permanente, eppure oggi, di fronte a un quadro regionale mutato e a una pressione crescente da parte di attori arabi e occidentali, quella linea appare meno granitica. Il riferimento a dirigenti recentemente nominati nell’ufficio politico di Gaza, in un processo di riorganizzazione interna, suggerisce che all’interno del movimento sia in corso una riflessione tutt’altro che marginale.
Israele osserva con attenzione e con una dose comprensibile di scetticismo. In passato, Benjamin Netanyahu non aveva escluso la possibilità di consentire un passaggio sicuro ai leader di Hamas disposti a lasciare Gaza, purché ciò rientrasse in un accordo più ampio che includesse il disarmo e la perdita del controllo politico sulla Striscia. Una posizione che, a molti israeliani, suona come un compromesso difficile da digerire, soprattutto alla luce del ruolo diretto di quei leader nella pianificazione e nell’esecuzione del massacro del 7 ottobre, ricordato anche dall’uccisione di figure chiave dell’ala militare da parte delle IDF.
La questione, tuttavia, non è solo israeliana. I Paesi della regione, dall’Egitto alla Turchia, passando per il Qatar, sono chiamati a decidere se accettare sul proprio territorio dirigenti di un’organizzazione che resta formalmente terroristica per gran parte della comunità internazionale. E non è un dettaglio che tra i possibili partenti figurino anche ex detenuti liberati nell’accordo Shalit del 2011, oggi tornati a ricoprire ruoli centrali nella struttura di Hamas.
Le smentite ufficiali, arrivate da un alto funzionario residente fuori Gaza, non chiudono la partita. Piuttosto, la tengono sospesa in quella zona grigia tipica delle fasi di passaggio, dove nulla è ancora definito e tutto è potenzialmente negoziabile. Se l’uscita dei leader dovesse davvero concretizzarsi, anche solo per alcuni di loro, si aprirebbe una nuova fase, con interrogativi enormi sulla gestione futura di Gaza, sull’eventuale comitato tecnocratico palestinese e su un processo di disarmo che, almeno sulla carta, viene evocato ma che nella pratica appare ancora lontano.
In fondo, l’idea di una fuga dorata dei capi di Hamas dice molto più di quanto sembri. Racconta la difficoltà di chiudere davvero i conti con il potere armato, la tentazione di trasformare l’esilio in una soluzione elegante e il rischio, sempre presente, di scambiare la fine visibile di un problema con la sua reale dissoluzione.
Hamas, l’ipotesi della fuga dorata
Hamas, l’ipotesi della fuga dorata

