Come previsto a Gerusalemme, l’annuncio è arrivato con tempismo e un lessico calibrato. L’esercito libanese ha dichiarato di aver completato il disarmo del sud del Paese “in modo efficace e tangibile”, precisando però che l’operazione non riguarda le aree ancora sotto controllo delle IDF. Nel comunicato non compare il nome di Hezbollah, ma il contesto è chiaro: Beirut è sotto pressione per dimostrare che il cessate il fuoco regge e che il confine meridionale non tornerà a essere una piattaforma di lancio contro Israele.
Subito dopo l’annuncio militare, il governo libanese si è riunito per trasformare una dichiarazione operativa in una linea politica. Il presidente Joseph Aoun ha espresso pieno sostegno all’esercito, definendo il disarmo una decisione “definitiva e irreversibile”, parte di una scelta nazionale volta a stabilire il monopolio dello Stato sull’uso della forza e a sottrarre il Libano alla logica delle milizie. Parole pronunciate mentre a Beirut arrivava il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi e mentre Hezbollah faceva sapere dell’intenzione di commentare a breve. Un messaggio indirizzato a più destinatari, interni ed esterni.
Nella sostanza, però, le versioni divergono. Secondo fonti della sicurezza libanese citate da Reuters, la dichiarazione dell’esercito serviva a segnalare che nessuna organizzazione armata potrà operare dal sud del Libano. Ma le valutazioni israeliane raccontano altro. Le IDF sostengono che l’esercito libanese abbia effettivamente raggiunto numerosi siti a sud del fiume Litani, ma che invece di distruggere le armi le abbia raccolte e trasferite in depositi controllati dallo Stato. Missili, lanciarazzi e munizionamento non eliminati, ma messi da parte.
È qui che il linguaggio ufficiale diventa rivelatore. Beirut parla di “concentrazione delle armi nelle mani dello Stato” ma non di distruzione delle stesse, formula che lascia intatto l’arsenale e rinvia il problema sine die. Per Israele non è un dettaglio linguistico perché finché quelle armi esistono, Hezbollah conserva la capacità di riattivarsi rapidamente. Del resto le stime delle IDF indicano che l’organizzazione mantiene ancora asset militari significativi a sud del Litani e che il ritmo delle operazioni libanesi resta lento e frammentario.
L’esercito libanese ha fissato la fine dell’anno come termine ultimo per la raccolta delle armi non statali dal confine con Israele fino al Litani, ammettendo al tempo stesso che resta molto lavoro da fare per bonificare ordigni inesplosi e smantellare tunnel. Un’ammissione che contrasta con la versione del disarmo già compiuto e che rafforza l’impressione di una prima fase chiusa sulla carta ma non sul terreno.
Anche il calendario politico alimenta i dubbi. Il passaggio alla Fase II, che avrebbe dovuto estendere il disarmo a nord del Litani, non è stato annunciato. Al contrario, la presidenza libanese ha spostato l’attenzione sulle presunte violazioni israeliane: i cinque punti di sicurezza lungo il confine, le zone cuscinetto, i raid che – secondo Beirut – ostacolerebbero l’espansione dell’autorità statale. Un ribaltamento della realtà che vorrebbe Israele come il principale impedimento al completamento del piano.
Nel frattempo, immagini diffuse dai media libanesi mostrano strutture di Hezbollah ancora in fase di smantellamento settimane dopo l’ingresso dell’esercito. Segno di un’operazione che procede senza urgenza, riflettendo un compromesso tacito: evitare lo scontro diretto con l’organizzazione sciita e congelarne la forza senza distruggerla.
Sul fronte opposto, Israele prepara le sue mosse. I preparativi per un’operazione su larga scala contro il rafforzamento di Hezbollah sono stati completati e presentati alla leadership politica, con scenari che vanno dalla pressione mirata a interventi più estesi, coordinati con Washington. Gli obiettivi restano depositi e infrastrutture, mentre l’organizzazione continua a beneficiare del sostegno iraniano.
Il bluff libanese sta tutto in questa ambiguità: proclamare il disarmo mentre lo si rinvia nei fatti. Finché le armi vengono accantonate invece che distrutte, il sud del Libano resta una polveriera amministrata, non neutralizzata. E per Israele, accettare questa finzione significa convivere con un rischio che, a nord del confine, nessuno sembra più disposto a tollerare.
Il bluff libanese sul disarmo
Il bluff libanese sul disarmo

