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Hamas e i soldi. Il tesoro nascosto

Il vero polmone di Hamas non sono stati solo i tunnel, ma il contante accumulato prima del 7 ottobre.

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Hamas e i soldi. Il tesoro nascosto

Per capire come Hamas sia riuscita a sostenere due anni di guerra, resistere alle operazioni terrestri israeliane e mantenere il controllo della Striscia senza implodere dall’interno, bisogna spostare lo sguardo dai razzi ai bilanci, dai comandanti ai contabili. La risposta non è ideologica, è prosaica: denaro. Molto denaro. E soprattutto denaro liquido, accumulato con pazienza negli anni precedenti al 7 ottobre e conservato per i momenti più drammatici.

Secondo le ricostruzioni del corrispondente militare Yoav Zeitoun, Hamas aveva messo da parte, alla vigilia della guerra, miliardi di shekel in beni e centinaia di milioni in contanti. Una parte era custodita nei tunnel, un’altra depositata presso la filiale centrale della Banca di Palestina a Gaza. All’inizio delle ostilità, quel denaro è stato rapidamente prelevato, sottratto e ben nascosto. Come gli ostaggi, come le armi e come tutto ciò che doveva sopravvivere alla tempesta.

Queste riserve non sono state un dettaglio marginale, ma uno dei centri di potere più solidi dell’organizzazione. In un contesto di devastazione totale, con l’economia civile paralizzata e il sistema bancario isolato, Hamas ha continuato a pagare stipendi all’esercito di terroristi in armi, ai funzionari, ai quadri intermedi perché pagare ha significato garantire lealtà, un requisito che in guerra vale più di qualsiasi proclama.
È anche per questo che, nonostante la pressione militare e umanitaria, non si è mai verificata una rivolta popolare su larga scala contro il movimento islamista. La popolazione era allo stremo, ma il potere restava strutturato. Chi controlla il flusso del denaro controlla anche il silenzio, la paura, l’attesa. Hamas lo aveva capito prima degli altri e si era preparata.

Le Forze di Difesa Israeliane hanno intercettato e sequestrato parte di questi fondi durante le operazioni di terra. Ogni volta qualche milione, annunciato con enfasi anche se, nei numeri complessivi, si è trattato di una frazione minima. Una goccia rispetto all’oceano di liquidità che l’organizzazione aveva messo da parte. Oggi le stime parlano ancora di almeno 400 milioni di shekel in contanti nelle mani di Hamas.

Ma non è tutto. Anche durante la guerra, quando Gaza era divisa, isolata, apparentemente sigillata, il denaro ha continuato a circolare. Hamas ha tassato i cambiavalute, molti dei quali già legati all’organizzazione. Ha imposto contributi alla popolazione. Ha sfruttato reti informali e complicità radicate, un’economia di guerra che ha funzionato proprio perché era stata pensata in lauto anticipo.

Questa dimensione economica spiega molto più di tante analisi strategiche perché Hamas sia riuscita a reggere l’urto. Non si combatte per due anni senza munizioni, ma neppure senza stipendi. Nei tunnel non c’erano solo armi e ostaggi, ma mazzette di banconote. Miliardi sottoterrati. E sopra, un potere che non ha mai davvero smesso di pagare il prezzo della propria sopravvivenza, facendolo pagare agli altri.


Hamas e i soldi. Il tesoro nascosto
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