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Hamas e i soldi. I terroristi lucrano sull’aiuto umanitario

Il movimento islamista trasforma camion, tasse e contanti in una macchina di finanziamento stabile.

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Hamas e i soldi. I terroristi lucrano sull’aiuto umanitario

A Gaza l’aiuto umanitario è anche, e sempre più, un sistema economico strutturato che serve ad alimentare le casse di Hamas. Secondo valutazioni presentate in recenti riunioni di sicurezza israeliane e rilanciate da Ynet, il movimento islamista disporrebbe oggi nella Striscia di una liquidità compresa tra 400 milioni e un miliardo di shekel. Una cifra enorme per un’organizzazione che, ufficialmente, governa un territorio devastato dalla guerra.

Il meccanismo principale passa dai camion. Dall’inizio del cessate il fuoco, circa due mesi e mezzo fa, entrano a Gaza in media 4.200 camion di aiuti a settimana. Una quantità che, secondo fonti di Tsahal, supera di molto le reali necessità della popolazione. Non è un dettaglio logistico ma il cuore del sistema. Circa il 70 per cento di questi convogli appartiene al settore privato e viene tassato due volte. La prima quando entra con un prelievo che varia tra il 15 e il 25 per cento su ogni carico di cibo, carburante o medicinali e la seconda volta al momento della vendita sul mercato interno.

Il risultato è un flusso di denaro quotidiano che vale decine di milioni di shekel. Soldi contanti, immediatamente spendibili, che finiscono nelle casse di Hamas e rafforzano la sua presa sul territorio. In pratica, l’aiuto umanitario diventa una fonte fiscale alternativa, sottratta a qualsiasi controllo esterno. Non solo: il sistema consente al movimento di regolare l’accesso ai beni essenziali, premiando fedeltà e punendo dissenso.

Ridurre il numero dei camion è una raccomandazione avanzata da più ambienti della sicurezza israeliana ma sul piano politico la questione resta bloccata. Il Qatar, principale sostenitore finanziario di Hamas, insiste per il mantenimento di un flusso massiccio di aiuti. Ed è questa una delle ragioni per cui non esiste, al momento, un vero dibattito sull’interruzione o sulla drastica riduzione delle forniture. Anzi: fonti politiche avvertono che Hamas, pur non rispettando pienamente gli impegni assunti nell’accordo, potrebbe ottenere ulteriori concessioni, come l’apertura del valico di Rafah.

Il sistema però non si ferma ai camion ufficiali. I servizi di intelligence segnalano l’uso crescente di canali paralleli: applicazioni di trasferimento di denaro da Paesi sostenitori, tassazione di transazioni di baratto, contrabbando di merci attraverso rotte non autorizzate. In alcuni casi, il denaro e i beni entrerebbero nascosti all’interno degli stessi convogli umanitari, sfruttando la difficoltà di controlli approfonditi.

Una parte consistente di questa liquidità viene ora dirottata verso il riarmo. Secondo le valutazioni israeliane, Hamas sta investendo nella ricostruzione della propria infrastruttura militare, in particolare del sistema di tunnel sotterranei che l’esercito afferma di aver localizzato e neutralizzato durante il conflitto. La rete, danneggiata ma non distrutta, sarebbe già in fase di ripristino.

Il paradosso è che mentre la comunità internazionale discute di emergenza umanitaria, Hamas consolida la propria resilienza economica e l’aiuto, pensato per alleviare la sofferenza dei civili, diventa uno strumento di potere e finanziamento. Non per errore o per deviazioni marginali, ma per un disegno preciso, che trasforma ogni sacco di farina e ogni tanica di carburante in una voce di bilancio.


Hamas e i soldi. I terroristi lucrano sull’aiuto umanitario
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