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Hamas e Hezbollah, il patto del diavolo per radicarsi in Libano

Carte interne sequestrate dall’Idf parlano di un accordo per la presenza di Hamas in Libano

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Hamas e Hezbollah, il patto del diavolo per radicarsi in Libano

Le carte parlano chiaro. Anzi, chiarissimo, e un’altra maschera è caduta: l’esercito israeliano ha scoperto documenti operativi che spiegano come Hamas si stia radicando in Libano con il consenso e il sostegno diretto di Hezbollah, aggirando le istituzioni ufficiali di Beirut e rafforzando una presenza armata già frammentata e instabile. Il materiale, recuperato nella Striscia di Gaza durante le operazioni militari, racconta una cooperazione strutturata e tutt’altro che episodica, inserita in una strategia regionale che porta chiaramente la firma dell’Iran.

Al centro dei documenti emerge un incontro tra alti responsabili delle due organizzazioni, alla presenza di Saeed Izadi, figura legata alla Forza Qods dei Pasdaran, durante il quale sarebbe stato definito un accordo per consentire a Hamas di operare in diverse aree del Libano. Il punto decisivo non riguarda solo la presenza fisica, ma le condizioni operative: Hezbollah avrebbe garantito copertura logistica, accesso alle infrastrutture e un sostegno finanziario stabile, mentre Hamas avrebbe potuto sviluppare capacità militari più avanzate, in particolare nel campo missilistico.

Il quadro che ne esce ha una coerenza che va oltre la contingenza della guerra in corso. La cooperazione tra Hamas e Hezbollah non è una novità, ma qui assume una dimensione più profonda, quasi territoriale, con un’espansione pianificata che mira a consolidare un fronte settentrionale contro Israele, sfruttando la fragilità cronica dello Stato libanese. Il riferimento allo stoccaggio e al trasferimento di armi, così come all’acquisizione di sistemi più sofisticati, suggerisce una volontà di lungo periodo, che si muove lungo le stesse direttrici già osservate in Siria e in Iraq, dove Teheran ha costruito negli anni una rete di milizie e alleanze capaci di operare al di fuori dei confini statali.

Secondo Ella Waweya, portavoce della divisione media araba dell’esercito israeliano, i documenti confermano un coordinamento operativo tra le due organizzazioni, entrambe sostenute dall’Iran, e indicano un livello di integrazione che supera la semplice convergenza ideologica. La logica è quella di un sistema, non di una somma di attori: ogni elemento svolge una funzione all’interno di un disegno più ampio, in cui il Libano rischia di diventare ancora una volta terreno di proiezione per interessi esterni.

Le implicazioni politiche si sono fatte sentire quasi in parallelo alle rivelazioni. Il ministro degli Esteri libanese, Youssef Raggi, ha deciso di revocare l’agrément all’ambasciatore designato dell’Iran a Beirut, intimandogli di lasciare il Paese entro cinque giorni, una mossa che segnala tensioni interne e un tentativo, almeno formale, di riaffermare una sovranità erosa da anni. Da Gerusalemme, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha definito la decisione necessaria e ha invitato le autorità libanesi ad andare oltre, intervenendo concretamente contro Hezbollah.

Il nodo resta sempre lo stesso e non si lascia aggirare con facilità: Hezbollah continua a operare come un potere parallelo, con una capacità militare e una rete di alleanze che superano quelle dello Stato libanese, mentre Hamas, secondo quanto emerge da questi documenti, punta a inserirsi in questo spazio già deformato, trasformandolo in una piattaforma ancora più avanzata di pressione regionale. In questo equilibrio fragile, ogni nuovo tassello non aggiunge soltanto tensione, ma modifica la struttura stessa del conflitto.


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