La guerra che ha investito il Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran stanno producendo effetti immediati ben oltre la regione del Golfo. La prima vittima collaterale è il sistema energetico mondiale, che dipende in larga misura dal passaggio di petrolio e gas attraverso quella stretta via marittima. Per l’Europa il problema assume un peso particolare perché il continente si trova già da tempo impegnato in un delicato processo di emancipazione energetica dalla Russia, accelerato dopo l’invasione dell’Ucraina. Nel giro di pochi anni la dipendenza europea dal gas russo è scesa drasticamente, passando da circa il quarantacinque per cento delle importazioni a poco più del dieci, ma Bruxelles considera questa quota ancora troppo elevata e continua a cercare alternative affidabili.
È in questo contesto che la relazione tra Europa, Israele e Azerbaigian ha acquisito un valore strategico crescente. Nei giorni scorsi il commissario europeo per l’energia Dan Jorgensen si è recato a Baku per incontrare il presidente azero Ilham Aliyev e discutere l’aumento delle esportazioni di gas verso il mercato europeo. L’obiettivo non riguarda soltanto il breve periodo, perché l’Unione europea, pur impegnata nella transizione verso la neutralità climatica prevista per il 2050, sa che nei prossimi decenni il gas resterà una componente indispensabile del proprio mix energetico. L’Azerbaigian, grazie ai giacimenti del Caspio e alla rete di gasdotti che attraversa il Caucaso e la Turchia fino al Mediterraneo, rappresenta quindi un fornitore stabile in un momento in cui molte rotte tradizionali appaiono improvvisamente fragili.
La dimensione geopolitica di questa scelta emerge con ancora maggiore chiarezza se si osserva il ruolo che Israele ha assunto negli ultimi anni nei rapporti con Baku. I due Paesi mantengono da tempo una cooperazione molto stretta sia sul piano commerciale sia su quello della sicurezza. L’industria della difesa israeliana ha fornito agli azeri sistemi tecnologici avanzati, impiegati anche nei conflitti con l’Armenia, mentre la compagnia energetica nazionale SOCAR ha recentemente firmato accordi per partecipare all’esplorazione di nuovi giacimenti di gas nelle acque israeliane del Mediterraneo orientale. Il legame non è solo tecnico o industriale perché una parte significativa del petrolio che alimenta l’economia israeliana proviene proprio dall’Azerbaigian, il quale copre circa un terzo del fabbisogno del Paese.
Nel frattempo la situazione nei principali hub energetici del Golfo si sta complicando rapidamente. L’Iraq ha ordinato la sospensione della produzione nel gigantesco giacimento di Rumaila dopo che gli impianti di stoccaggio hanno raggiunto la saturazione a causa delle difficoltà di esportazione, mentre le rotte marittime che attraversano il Golfo Persico e il Mar Rosso sono diventate più rischiose per la minaccia rappresentata dai gruppi armati sostenuti da Teheran. Saudi Aramco ha reagito spostando una parte delle spedizioni verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, nel tentativo di aggirare Hormuz, ma anche questa soluzione logistica presenta limiti e vulnerabilità evidenti.
L’effetto immediato di queste tensioni si misura nei mercati dei trasporti e delle materie prime. Il noleggio delle petroliere è salito a livelli che non si vedevano da anni, con costi che in alcuni casi superano i ventotto milioni di dollari per singola nave, mentre i futures sul Brent e sul WTI hanno registrato forti oscillazioni. Se la crisi dovesse prolungarsi, molti analisti considerano plausibile un ritorno del petrolio sopra la soglia dei cento dollari al barile.
In questo scenario complesso l’Europa sta riscoprendo il valore delle alleanze energetiche costruite negli ultimi anni lungo l’asse che collega il Mediterraneo orientale al Caucaso. Israele e Azerbaigian, due Paesi che condividono interessi di sicurezza e rapporti economici consolidati, stanno diventando una cerniera tra i mercati energetici del Medio Oriente e quelli europei. Il risultato è una nuova geografia delle forniture che non nasce da un progetto teorico ma dalla pressione degli eventi, mentre la guerra nel Golfo costringe governi e compagnie energetiche a ridisegnare rotte, investimenti e priorità strategiche con una rapidità che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata impensabile.
Guerra in Iran L’Europa guarda verso Israele e il Caucaso