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Guerra in Iran. Inizia un esodo di massa?

La guerra spinge milioni di persone a spostarsi all’interno del paese mentre Europa e paesi vicini temono una nuova crisi migratoria

Paolo Montesi

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Guerra in Iran. Inizia un esodo di massa?

La scena si ripete da giorni al valico di Kapıköy, tra l’Iran e la Turchia orientale, dove le file di viaggiatori trascinano valigie lungo il corridoio di frontiera e aspettano che un funzionario apra il passaggio. Non si tratta ancora di un esodo di massa, e tuttavia i movimenti di persone che attraversano quella porta di montagna stanno attirando l’attenzione di governi e organizzazioni umanitarie perché raccontano con chiarezza la fragilità del momento che attraversa l’Iran mentre il conflitto con Israele e gli Stati Uniti continua a produrre effetti imprevedibili.

Tra chi ha scelto di partire c’è Merve Pourkaz, trentadue anni, parrucchiera nella città iraniana di Golestan, la quale ha deciso di lasciare la propria casa dopo alcune esplosioni avvenute nelle vicinanze del quartiere in cui viveva. Il viaggio verso il confine turco le è costato quasi millecinquecento chilometri e molte ore di strada attraverso un paese attraversato da bombardamenti sporadici e da controlli militari sempre più frequenti. Davanti ai cancelli della frontiera, mentre attendeva di entrare in territorio turco, ha spiegato ai reporter dell’Associated Press che la sua intenzione è restare nella città di Van finché la guerra non si sarà conclusa, anche se la stessa donna ammette che il futuro resta incerto e che il ritorno in Iran potrebbe diventare inevitabile.

Secondo le stime dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, il conflitto ha già provocato lo spostamento interno di circa 3,2 milioni di persone, molte delle quali hanno lasciato le grandi città per cercare rifugio nelle regioni più sicure del paese. La migrazione oltre i confini resta per ora limitata, perché soltanto circa mille e trecento iraniani al giorno attraversano la frontiera turca, un numero modesto se confrontato con le grandi crisi migratorie del passato recente. In alcuni giorni, raccontano i funzionari delle organizzazioni umanitarie presenti sul posto, si registrano addirittura più ingressi in Iran che uscite, un segnale che testimonia quanto il legame con la famiglia e con la propria casa continui a trattenere molti cittadini all’interno del paese nonostante la guerra.

La stessa dinamica emerge dalla storia di Leila Rabetnezhadfard, quarantacinque anni, che viveva a Istanbul e stava preparando il matrimonio con un professore universitario tedesco quando sono iniziati i bombardamenti. Invece di restare in Turchia ha deciso di tornare a Shiraz, nel sud dell’Iran, perché l’idea di vivere lontano dalla propria famiglia durante il conflitto le appariva insostenibile. La donna ha spiegato che portare tutti a Istanbul non sarebbe stato possibile per ragioni economiche e pratiche, visto che l’appartamento è piccolo e uno dei suoi fratelli ha bisogno di cure mediche.

Dietro queste storie individuali si muove un problema strategico che preoccupa i paesi vicini e l’Europa. Gli analisti osservano che la situazione potrebbe cambiare rapidamente qualora i bombardamenti colpissero infrastrutture essenziali come gli impianti idrici o le centrali elettriche. Alex Vatanka, ricercatore del Middle East Institute di Washington, ha spiegato che una metropoli come Teheran, con circa dieci milioni di abitanti, non potrebbe resistere a lungo senza servizi fondamentali e che una simile crisi spingerebbe inevitabilmente centinaia di migliaia di persone a cercare rifugio oltre confine.

Il paese, peraltro, ospita già una delle più grandi popolazioni di rifugiati al mondo. Circa due milioni e mezzo di persone, provenienti soprattutto dall’Afghanistan e dall’Iraq, vivono attualmente sul territorio iraniano, e questo rende ancora più complessa qualsiasi ipotesi di gestione di un nuovo flusso migratorio.


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