Non può certo stupire che la decisione di colpire l’Iran insieme a Israele abbia riaperto negli Stati Uniti una frattura politica che attraversa tanto il Congresso quanto le grandi città, dove il timore di ripercussioni interne si intreccia con la polemica politica espressa in maniera non proprio nobile e sofisticata. Le dichiarazioni del sindaco di New York Zohran Mamdani e dell’ex vicepresidente Kamala Harris hanno segnato una presa di posizione netta contro i raid, definiti rispettivamente una escalation catastrofica e una guerra di scelta, espressioni che fotografano il clima di tensione che accompagna le ore successive all’attacco e anche una scelta di campo sconcertante da parte del neosindaco.
Mamdani ha parlato da amministratore di una metropoli che ospita una vasta comunità iraniana (dimenticando, o facendo finta di farlo, che si tratta di una diaspora che ha dovuto lasciare l’Iran per via del regime infame degli ayatollah) e che, per dimensioni e simbolismo, rappresenta un obiettivo sensibile in caso di ritorsioni. Nel suo intervento ha insistito sulla sicurezza dei newyorkesi, annunciando un rafforzamento del coordinamento con il dipartimento di polizia e con le autorità per la gestione delle emergenze, oltre a un incremento delle pattuglie nei luoghi ritenuti più esposti. Allo stesso tempo ha criticato la scelta militare, sostenendo che l’opinione pubblica americana sarebbe più preoccupata per il costo della vita che per un cambio di regime a Teheran, e che un nuovo teatro di guerra rischia di allontanare risorse e attenzione da priorità interne.
Kamala Harris, la candidata dei democratici che ha perso le ultime elezioni presidenziali, ha adottato un registro diverso ma altrettanto burbanzoso, accusando Donald Trump di aver trascinato il Paese in un conflitto che gli americani non desiderano e che potrebbe mettere in pericolo soldati dispiegati nella regione. In una nota diffusa il 28 febbraio ha ribadito di ritenere l’Iran una minaccia, in particolare per il programma nucleare che secondo rapporti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica continua a suscitare preoccupazioni, ma ha contestato la via militare come strumento adeguato per affrontare il problema. Per la serie: ‘mettete dei fiori nei vostri cannoni’, peccato però che non funzioni. Harris ha inoltre richiamato il ruolo del Congresso, sollecitando l’uso di tutti i poteri disponibili per limitare un ulteriore coinvolgimento statunitense.
La Casa Bianca, dal canto suo, ha difeso l’operazione come necessaria per prevenire sviluppi ritenuti inaccettabili sul piano strategico, sottolineando la cooperazione con Israele e l’obiettivo di colpire infrastrutture e vertici considerati responsabili di destabilizzazione regionale. Secondo ricostruzioni rilanciate da Reuters, il timing dei raid sarebbe stato calibrato su informazioni di intelligence che indicavano la presenza simultanea di alti funzionari iraniani in un sito ritenuto sicuro, elemento che avrebbe aumentato l’efficacia dell’azione.
Il confronto politico che si apre non riguarda soltanto la legittimità dell’intervento, ma investe la concezione stessa del ruolo americano nel mondo. Una parte dell’establishment continua a ritenere che la deterrenza richieda segnali forti, mentre un’altra teme che ogni escalation in Medio Oriente finisca per generare effetti a catena difficili da controllare. In questo scenario, le parole di Mamdani e Harris intercettano un sentimento in segmenti dell’elettorato liberal (ma non solo) che guardano con diffidenza a nuovi impegni militari, soprattutto dopo le esperienze in Iraq e Afghanistan.
Resta da capire quale sarà la risposta iraniana e in che misura l’amministrazione riuscirà a contenere l’impatto sul fronte interno, dove la campagna elettorale permanente amplifica ogni scelta di politica estera. Una cosa pare certa, di Khomeini e dei suoi scherani, pochi, pochissimi sentono nostalgia o ne compiangono il destino.
Guerra all’Iran: Mamdani e Harris contro i raid congiunti
