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Greta, la laguna fluorescente e la verità offuscata

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min
Greta, la laguna fluorescente e la verità offuscata

Fuori dalle scatole, almeno per un paio di giorni: Greta Thunberg ha di nuovo conquistato le prime pagine, non per un avanzamento nella battaglia climatica ma per essere stata accompagnata alla porta almeno per un paio di giorni. Il colpo di teatro è arrivato a Venezia, dove la giovane attivista svedese ha preso parte a un’azione di Extinction Rebellion che ha tinto di verde fosforescente il Canal Grande. Risultato: multa da 150 euro, foglio di via di 48 ore e una città esasperata da gesti simbolici che finiscono per ridurre la complessità del tema ambientale a un’operazione di marketing personale.

La dinamica è ormai nota: un gruppo di attivisti, circa una trentina, versa nelle acque un tracciante fluorescente, definito “non tossico” dagli organizzatori, mentre dal ponte di Rialto sventola uno striscione con la scritta “Stop Ecocide”. Non passa molto prima che polizia e Capitaneria intervengano e che i tecnici ARPAV siano chiamati a monitorare lo stato dell’acqua. Nessun danno rilevato, fortunatamente. Ma la reazione politica è immediata: il governatore Luca Zaia definisce l’azione “un insulto alla storia e alla fragilità di Venezia”, ricordando che una laguna già sotto pressione per subsidenza, inquinamento e turismo di massa non ha bisogno di ulteriori stress, nemmeno temporanei.

Extinction Rebellion ha accompagnato il blitz con una nota: il verde acceso del Canal Grande avrebbe dovuto “svegliare” i leader mondiali al termine della COP30 in Brasile, dove, a loro dire, l’ennesima conferenza sul clima si sarebbe chiusa con promesse vuote. La logica è sempre la stessa: se i discorsi non bastano, allora bisogna scioccare. Peccato che la scelta cada ancora una volta su un luogo che non ha alcuna responsabilità sulle emissioni globali e che da decenni lotta per sopravvivere all’erosione, all’acqua alta, alla pressione turistica. Un bersaglio facile per dirsi radicali senza toccare le vere strutture del potere.

Il gesto veneziano arriva a poche settimane da un altro capitolo della saga Thunberg: la detenzione in Israele e la successiva espulsione, dopo il tentativo di partecipare a una flottiglia diretta a Gaza. Anche in quell’occasione, la versione pubblica dell’attivista si è rivelata più romanzata che reale. Thunberg denunciò molestie, violenze, insulti antisemiti e perfino torture. Verifiche successive hanno escluso qualsiasi abuso: la detenzione è avvenuta secondo le procedure previste dal diritto israeliano e la supposta “confisca violenta” dei suoi effetti personali è risultata essere un normale controllo di sicurezza. È già la seconda volta che l’attivista diffonde versioni dei fatti poi smentite dai riscontri ufficiali.
L’impressione generale è che la sua strategia si sia spostata dalla denuncia dei problemi alla costruzione continua di scenari drammatici, non sempre suffragati dai fatti. È un cambio di passo che rischia di svuotare di credibilità la causa climatica, confondendola con performance mediatiche che parlano più dell’attivista che delle soluzioni concrete.

La domanda, allora, è inevitabile: chi si avvantaggia davvero da un Canal Grande fluorescente? Venezia, che dovrà gestire l’ennesima incursione simbolica in un ecosistema fragile? I cittadini italiani, che si ritrovano con una città trasformata in palcoscenico? O un movimento internazionale che sembra dipendere sempre più dalla viralità del gesto, e sempre meno dall’efficacia delle proposte?

Greta Thunberg continuerà probabilmente a spostarsi da un Paese all’altro in cerca del prossimo colore, del prossimo video, del prossimo momento di indignazione globale. Ma la crisi climatica, quella vera, non ha bisogno di vernice fluorescente: ha bisogno di serietà, continuità e responsabilità. Esattamente ciò che in questa storia è mancato.


Greta, la laguna fluorescente e la verità offuscata
Greta, la laguna fluorescente e la verità offuscata