La Grecia di oggi è un Paese governato con mano ferma da una destra moderata che ha scelto la stabilità come bussola principale, consapevole che in un Mediterraneo attraversato da tensioni crescenti l’ambiguità non è più un lusso praticabile. Dopo le elezioni del 2023, il potere è rimasto saldamente nelle mani di Kyriakos Mitsotakis, leader di Nuova Democrazia, che ha consolidato un esecutivo a maggioranza assoluta puntando su crescita economica, affidabilità internazionale e un rapporto stretto con i partner occidentali. Non si tratta solo di una scelta ideologica, ma di una necessità strategica per un Paese che vive su una faglia geopolitica permanente, schiacciato tra Balcani, Medio Oriente e una Turchia con cui i rapporti restano ciclicamente tesi.
In questo quadro si colloca il rafforzamento delle relazioni con Israele, che negli ultimi anni hanno assunto una dimensione strutturale e non più episodica. Cooperazione militare, esercitazioni congiunte, accordi energetici e un dialogo costante sull’intelligence hanno trasformato Atene e Gerusalemme in partner stabili, uniti anche dalla comune percezione di minacce regionali e dalla necessità di proteggere infrastrutture critiche nel Mediterraneo orientale. Il progetto EastMed, pur rallentato e ridimensionato, resta un simbolo di questa convergenza, così come lo sviluppo di sinergie nel settore della difesa e della tecnologia.
La crisi mediorientale esplosa dopo il 7 ottobre ha messo alla prova questo equilibrio, costringendo la Grecia a esplicitare prese di posizione che in passato avrebbe potuto modulare con maggiore cautela. Atene ha condannato senza ambiguità l’attacco di Hamas, riaffermando il diritto di Israele a difendersi, pur accompagnando questa linea con richiami formali alla tutela dei civili palestinesi e al rispetto del diritto internazionale umanitario. Una posizione che non nasce da improvvise conversioni morali, ma da una tradizione diplomatica che cerca di tenere insieme fedeltà euro-atlantica e attenzione al mondo arabo, storicamente rilevante per l’economia e la sicurezza greca.
Il governo Mitsotakis ha evitato toni roboanti e fughe in avanti, consapevole che ogni parola pesa in un contesto regionale dove Atene intrattiene rapporti anche con Egitto, Giordania e monarchie del Golfo. Allo stesso tempo, però, non ha ceduto alla tentazione di un equidistanza di facciata, scegliendo una linea più netta rispetto a quella adottata da altri Paesi dell’Europa meridionale. La Grecia sa che la propria credibilità internazionale, faticosamente ricostruita dopo la lunga crisi economica, passa anche dalla coerenza delle sue alleanze.
Sul piano interno, questa politica estera non è priva di attriti. Una parte dell’opposizione di sinistra continua a guardare con sospetto al rapporto privilegiato con Israele, leggendo il conflitto mediorientale attraverso categorie ideologiche che resistono al tempo e ai fatti. Tuttavia, il consenso elettorale di Nuova Democrazia e la relativa debolezza delle alternative rendono improbabili svolte significative nel breve periodo. La Grecia, oggi, appare più interessata a essere un attore affidabile che un tribuno morale, e questa scelta trova un riscontro diffuso nell’opinione pubblica, stanca di instabilità e avventure.
In definitiva, la linea greca sulla questione mediorientale riflette una realpolitik mediterranea che privilegia sicurezza, energia e alleanze, senza rinunciare a un linguaggio diplomatico misurato. Atene non pretende di dettare soluzioni, ma rivendica il diritto di stare dalla parte che ritiene più coerente con i propri interessi strategici. In tempi di slogan e semplificazioni, è una posizione che può apparire fredda, ma che racconta molto di un Paese deciso a non farsi travolgere dalle onde che agitano il suo mare.
Grecia, equilibrio instabile tra realpolitik e Mediterraneo in fiamme
Grecia, equilibrio instabile tra realpolitik e Mediterraneo in fiamme

