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Grandi spie. “La Perla”che mise in ginocchio il potere libanese

Condannata e torturata, la ‘nonna di James Bond’ israeliana ricavò informazioni cruciali e salvò centinaia di ebrei

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Grandi spie. “La Perla”che mise in ginocchio il potere libanese

Sembra il personaggio di un romanzo di John Le Carré ma è tutta vera la storia della vita rocambolesca di questa gran dama poliglotta che frequentava i salotti di Beirut ed era capace di incantare presidenti e ministri e far parlare anche i muri. Dietro quella figura, che tutti chiamavano con rispetto “Madame Cohen”, si nascondeva una delle spie più audaci che la storia – e non solo israeliana – abbia mai conosciuto.

Shulamit Cohen, nome in codice “La Perla”, non arrivò in Libano come agente. Nata in Argentina nel 1917 e cresciuta a Gerusalemme, era stata mandata ancora giovanissima a Beirut dopo un matrimonio combinato con un commerciante ebreo. Quella che poteva essere una vita confinata tra le mura domestiche si trasformò piano piano in osservatorio privilegiato. Bisogna pensare che Beirut negli anni Quaranta e Cinquanta non è la città devastata e insicura di oggi, ma era un incrocio politico e mondano, dove Shulamit seppe muoversi con un’intelligenza fuori dall’ordinario, costruendo relazioni che le spalancarono porte a chiunque altro inaccessibili.

Nei ricevimenti ufficiali e nei giardini delle residenze governative ascoltava, memorizzava, ricostruiva con una meticolosità fuori dal comune. Le informazioni che raccoglieva riguardavano movimenti dell’esercito, equilibri interni, intenzioni strategiche. Informazioni che metteva per iscritto con inchiostro invisibile e che faceva arrivare in Israele attraverso canali clandestini, contribuendo a formare un quadro più preciso delle minacce che si stavano delineando lungo i confini dello Stato ebraico. La sua attività non si limitò alla trasmissione di dati sensibili ma fu anche capace di costruire una rete che consentì a migliaia di ebrei provenienti da Siria e Iraq di attraversare il confine e mettersi in salvo, operazioni che richiedevano sangue freddo, inventiva e una capacità di improvvisazione che ancora oggi sorprende per la sua efficacia.

Uno degli episodi più noti avvenne durante la festa di Hanukkah, quando riuscì a trasformare un trasferimento clandestino di bambini in una processione religiosa, eludendo i controlli e facendo sparire sotto gli occhi della polizia un gruppo destinato a raggiungere Israele. Era questo il tratto distintivo della sua azione, una combinazione di normalità apparente e decisione radicale, sostenuta anche dal marito che, una volta scoperto il segreto, scelse di aiutarla e di finanziare parte delle operazioni.

Per oltre un decennio visse così, sospesa tra due identità, fino al 1961 quando una delazione pose fine alla sua attività. Arrestata a Beirut, fu sottoposta a interrogatori brutali e torture che le lasciarono segni permanenti. Le furono strappate unghie e denti, subì scosse elettriche e perse la vista da un occhio. Nonostante questo, non cedette. Non fornì nomi, non compromise la rete che aveva costruito. Due anni dopo, nel 1963, arrivò la condanna a morte per impiccagione, poi commutata in vent’anni di carcere con lavori forzati.

La storia avrebbe potuto chiudersi lì, in una prigione libanese, come accadde a Eli Cohen a Damasco. Invece prese un’altra direzione. Dopo sei anni di detenzione, al termine della Guerra dei Sei Giorni, Shulamit fu inclusa in uno scambio di prigionieri e trasferita in Israele, dove poté ricongiungersi con parte della sua famiglia, mentre altri parenti furono fatti uscire clandestinamente dal Libano attraverso operazioni del Mossad.
Il riconoscimento pubblico arrivò tardi e senza clamore. Premi, medaglie, onorificenze, fino alla fiaccola accesa sul Monte Herzl nel 2007, quando ormai era diventata per molti una figura leggendaria, soprannominata “la nonna di James Bond” con una formula che dice poco della profondità della sua vicenda. Shulamit Cohen morì nel 2017, a cento anni, dopo aver attraversato un secolo che l’aveva vista protagonista invisibile di una guerra silenziosa.

Resta una domanda che riguarda anche il presente. Perché alcune storie entrano immediatamente nella memoria collettiva e altre restano ai margini, pur avendo inciso in modo decisivo sugli eventi. La Perla operò senza cercare visibilità, dentro una zona grigia in cui il confine tra vita privata e missione si dissolve, e forse è proprio questa discrezione radicale a spiegare il ritardo con cui il suo nome affiora. Non cambia la sostanza. Nel cuore di Beirut, per anni, Israele ebbe una fonte preziosa che nessuno seppe riconoscere fino a quando non fu troppo tardi.


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