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Grandi donne. Steiner da Manhattan a Beirut

La donna del Mossad che lasciò l’America e aiutò Israele a colpire il cuore del terrorismo palestinese

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 5 min
Grandi donne. Steiner da Manhattan a Beirut

Aveva davanti una vita americana quasi perfetta, di quelle che negli Stati Uniti degli anni Sessanta sembravano il premio naturale per chi fosse abbastanza intelligente, determinato e disciplinato. Eileen Steiner, nata in Canada nel 1936 e cresciuta nel New Jersey, aveva studiato, aveva lasciato alle spalle un percorso che altri avevano scelto per lei e si era costruita una carriera brillante nel mondo nascente dell’informatica, con un buon salario, un appartamento a Manhattan e quella sicurezza materiale che per molti rappresenta il punto d’arrivo. Per lei, invece, fu soltanto una tappa. Quando il sionismo entrò nella sua vita, prima come scoperta personale e poi come scelta radicale, tutto il resto perse peso. Alla fine degli anni Sessanta lasciò gli Stati Uniti, si trasferì in Israele e da lì cominciò una seconda esistenza, molto meno comoda e infinitamente più pericolosa.

In Israele prese il nome di Yael e, secondo il racconto ricostruito nel libro ‘Primavera della Giovinezza’ da cui Ynet ha tratto il suo lungo estratto, passò attraverso un processo che dice molto non soltanto su di lei, ma anche su una certa stagione dello Stato ebraico, quando il rapporto fra biografia individuale e destino collettivo poteva trasformarsi in modo quasi brutale in militanza, disciplina e clandestinità. Yael arrivò sola, con un ebraico insufficiente, carica di dubbi e con quella sensazione di estraneità che accompagna quasi ogni aliyah autentica, soprattutto quando non nasce da una tradizione familiare osservante o da una giovinezza trascorsa dentro un movimento ideologico. Fu il contatto con il paese reale, con il lutto, con gli attentati, con l’idea concreta di una società che viveva in stato di minaccia permanente, a farle capire che la sua vita americana apparteneva ormai al passato.

Il Mossad la notò proprio in quella fase. Mike Harari, una delle maggiori figure dell’intelligence israeliana, vide in lei qualcosa che sfuggiva alle valutazioni più prudenti dei selezionatori. Non aveva il profilo canonico del combattente, e anzi suscitava perplessità per quella miscela di ingenuità, ostinazione e assoluta disponibilità a spendersi fino in fondo. Eppure Harari intuì che proprio lì, in quella determinazione non addomesticata, c’era una risorsa rara. Fu così che Yael entrò in Caesarea, l’unità operativa del Mossad, e cominciò un addestramento durissimo, fatto di coperture, disciplina mentale, tenuta nervosa e capacità di reggere in solitudine. In quel mondo non bastava saper obbedire. Bisognava saper vivere a lungo dentro una menzogna senza lasciarsi divorare dalla menzogna stessa.

La sua missione decisiva maturò dopo il massacro di Monaco del settembre 1972, quando undici atleti israeliani vennero assassinati dai terroristi di Settembre Nero. Israele rispose aprendo una lunga campagna clandestina contro organizzatori, mandanti e figure chiave dell’apparato palestinese armato. In quel quadro prese forma l’operazione che la storia avrebbe ricordato come Primavera di Giovinezza, il raid del 9-10 aprile 1973 a Beirut, condotto da Sayeret Matkal, Shayetet 13 e altri reparti con il supporto determinante del Mossad. Gli obiettivi principali erano Muhammad Yusuf al-Najjar, Kamal Adwan e Kamal Nasser, dirigenti di Fatah e del circuito operativo palestinese a Beirut.

Il contributo di Yael fu essenziale perché precedette l’azione armata e la rese possibile. Sotto copertura, fingendosi una scrittrice interessata a una figura aristocratica britannica del Settecento, Lady Hester Stanhope, si installò a Beirut, prese casa, osservò il quartiere di Ramlat al-Bayda, studiò movimenti, abitudini, luci, turni, accessi, automobili, vicini, guardie, orari, dettagli apparentemente minimi che in un’operazione clandestina fanno la differenza fra successo e disastro. Fu lei a costruire il quadro ravvicinato di quei bersagli, a rendere leggibile dall’interno un ambiente ostile, a confermare che gli uomini da colpire fossero presenti nelle loro abitazioni nelle ore decisive. Senza questo lavoro paziente, quasi invisibile, la spettacolarità del commando arrivato dal mare non sarebbe mai esistita.

Il raid sarebbe poi entrato nell’immaginario israeliano anche per altri motivi, compresa la presenza di Ehud Barak travestito da donna nelle strade di Beirut, ma il cuore dell’operazione stava nella saldatura, all’epoca inedita e per nulla semplice, tra l’intelligence clandestina del Mossad e la forza d’urto dell’esercito. Quel passaggio, che il libro ricostruisce anche attraverso le diffidenze reciproche fra culture operative diversissime, fu uno spartiacque. Israele dimostrò di poter colpire nel centro di una capitale araba con un livello di preparazione e penetrazione che pochi, fuori dai servizi, immaginavano possibile.

Colpisce, in questa storia, il contrasto fra la fragilità biografica del punto di partenza e la precisione gelida del risultato finale. Una donna cresciuta nel benessere americano, passata per fratture familiari, matrimonio fallito, spaesamento linguistico e solitudine, finisce per diventare uno dei perni di una delle operazioni più audaci nella storia dei servizi israeliani. Più che un romanzo d’avventura, è un frammento di storia ebraica del Novecento inoltrato, quando il sionismo seppe ancora presentarsi a qualcuno non come un’identità da esibire, ma come una richiesta severa, capace di ridisegnare un’intera vita.


Grandi donne. Steiner da Manhattan a Beirut