Che adesso nessuno faccia finta di stupirsi, please. Le parole pronunciate dal sindaco di New York Zohran Mamdani non sono passate inosservate, né potevano farlo, perché quando un primo cittadino decide di chiamare in causa la propria fede religiosa per giustificare scelte di governo il terreno si fa immediatamente scivoloso e il dibattito smette di essere argomento amministrativo. Mamdani, intervenendo pubblicamente a difesa della linea pro migrazione della sua giunta e della permanenza di New York come ‘sanctuary city’, ha esplicitamente richiamato l’Islam e la figura del profeta Maometto, sostenendo che la migrazione rappresenti un principio fondativo della sua religione e citando l’Hijrah (per chi non lo sapesse si tratta dell’emigrazione dello stesso profeta dalla Mecca alla Medina nel 622 e.v.) come esempio morale e storico da cui trarre insegnamento.
Nel suo intervento, il sindaco ha ricordato che Maometto fu costretto a lasciare La Mecca e trovò accoglienza appunto a Medina, presentando quell’episodio come una chiave di lettura valida anche per l’oggi e come un invito a considerare l’accoglienza dei migranti non soltanto una scelta politica, ma quasi un dovere etico. Il riferimento non si è fermato a una riflessione personale, perché Mamdani ha collegato apertamente questa visione religiosa alla difesa delle politiche cittadine che limitano la cooperazione con l’Immigration and Customs Enforcement (ovverosia l’agenzia federale degli Stati Uniti incaricata dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione e del contrasto a una serie di reati transnazionali), rafforzando la protezione per gli immigrati irregolari presenti sul territorio.
È qui che la polemica si è accesa con maggiore forza. Per molti osservatori e oppositori politici, il problema non è tanto la posizione sull’immigrazione, tema da anni al centro di aspri confronti negli Stati Uniti, quanto il metodo scelto per legittimarla. L’uso di un riferimento teologico, per di più esplicitamente islamico, viene letto come una rottura netta con il principio di separazione tra religione e Stato, uno dei pilastri dell’architettura costituzionale americana. Non si tratta di una sfumatura tecnica, ma di una questione che tocca la natura stessa del potere pubblico in una città che si definisce pluralista e laica.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Critici di diversa estrazione hanno parlato di un precedente pericoloso, sostenendo che ancorare scelte amministrative a un racconto religioso rischia di escludere e alienare ampie fasce della popolazione che non si riconoscono in quella fede, o che ritengono inaccettabile qualsiasi commistione tra credo personale e decisioni istituzionali. In una metropoli come New York, dove convivono comunità di ogni provenienza e religione, il timore è che un simile linguaggio finisca per trasformare una politica già divisiva in un terreno di scontro identitario ancora più acceso.
Dall’altra parte, i sostenitori del sindaco replicano che Mamdani non avrebbe fatto altro che spiegare le proprie convinzioni personali, inserendole in un discorso pubblico che resta, a loro dire, ancorato a valori universali come l’accoglienza e la solidarietà. Una difesa che però non scioglie il nodo centrale, cioè il confine tra testimonianza individuale e giustificazione del potere, soprattutto quando a parlare è il sindaco della più grande città americana.
La vicenda rischia di segnare uno dei momenti più controversi dell’inizio del mandato di Mamdani, perché costringe New York a interrogarsi non solo su come gestire l’immigrazione, ma su quale linguaggio sia legittimo usare quando si governa una comunità profondamente eterogenea. In gioco non c’è soltanto una legge o un regolamento, ma l’idea stessa di neutralità dello spazio pubblico, messa alla prova da un intervento che ha scelto di intrecciare fede, identità e governo in modo tutt’altro che indolore.
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Mamdani, ovvero quando la fede entra in municipio

