La comunità ebraica georgiana – una delle più antiche del Caucaso – arriva in Israele in due grandi ondate: la prima tra anni Sessanta e Settanta, quando gruppi familiari ottengono il permesso di emigrare dall’Unione Sovietica dopo pressioni internazionali; la seconda tra la fine degli Ottanta e i primi Novanta, con il crollo dell’URSS. A differenza di altre ondate di immigrazione (alyot) in epoca sovietica, i georgiani si muovono come clan: famiglie estese, spesso intere comunità, che decidono di ricostruire insieme la propria vita in Israele.
La loro identità è robusta e orgogliosa: ebraismo tradizionale, forte coesione interna, lingua giudeo-georgiana accanto al georgiano moderno, cucina e rituali propri. In Israele mantengono questa compattezza: quartieri dove si ricreano reti di mutuo aiuto, sinagoghe georgiane dove la liturgia conserva melodie e accenti del Caucaso, feste familiari che attirano centinaia di persone.
L’integrazione è stata sorprendentemente fluida. Gli ebrei georgiani entrano nelle Forze armate, nell’imprenditoria, nella vita pubblica; i giovani si israelianizzano in fretta senza perdere il senso della propria comunità. Oggi sono un tassello decisivo dell’ebraismo israeliano, visibile nelle musiche, nel cibo, nel mondo religioso e persino nello sport. Una minoranza piccola nei numeri, grande nella capacità di tenere insieme tradizione e modernità.
Gli ebrei georgiani in Israele

