António Guterres invia “calorose congratulazioni” alla Repubblica islamica dell’Iran per l’anniversario della rivoluzione del 1979. Calorose, capito? Non siamo in presenza di un atto tecnico o di un biglietto protocollare. Qui è roba tosta, un omaggio pieno e con tanto di riflessione sul ruolo dell’Iran nella comunità internazionale.
Quale ruolo, esattamente? Quello delle impiccagioni pubbliche, delle donne arrestate per un velo, dei droni forniti a Mosca, delle milizie armate dal Libano a Gaza? È questa la “giornata nazionale” da celebrare come occasione di orgoglio e contributo al mondo? Macché! Nel messaggio si parla di dialogo, di multilateralismo e – udite udite – di diritti umani. Diritti umani rivolti a un regime che li calpesta spietatamente e quotidianamente. Qui non è in discussione la necessità di mantenere canali diplomatici aperti ma il tono, perché c’è una differenza netta tra dialogare con un regime e congratularsi per l’atto fondativo che lo ha generato.
La rivoluzione islamica non è stata una festa della libertà ma l’instaurazione di una teocrazia repressiva che da quasi mezzo secolo soffoca il dissenso interno e destabilizza l’area. Trasformarla in occasione per scambiarsi auguri e buoni propositi sul futuro dell’umanità è qualcosa che supera la semplice cortesia istituzionale e provoca conati che è difficile trattenere.
Quando l’Onu parla di diritti umani dopo aver mandato auguri solenni agli ayatollah, la distanza tra linguaggio e realtà diventa imbarazzante. Qualcuno dovrebbe ricordare a quel signore che si può dialogare senza celebrare e mantenere un canale senza legittimare simbolicamente una rivoluzione che per milioni di iraniani ha significato repressione, paura, esilio. Eppoi ci scandalizziamo che la signora Albanese sia ancora al suo posto? Ma dai… sul serio?
Gli auguri agli ayatollah
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