La Giordania resta, sulla carta, uno dei Paesi più stabili del Medio Oriente. La verità è, però, che si tratta di una stabilità vigilata, costruita su equilibri delicati che negli ultimi mesi mostrano segni evidenti di affaticamento. Il regno hashemita guidato da re Abdallah II continua a svolgere un ruolo di cuscinetto tra crisi regionali, ma il contesto che lo circonda è diventato più instabile, più polarizzato e più difficile da governare.
Il potere in Giordania è fortemente centralizzato. La monarchia controlla le leve decisive dello Stato: forze armate, apparato di sicurezza, politica estera. Il Parlamento esiste, ma ha margini ridotti; i governi cambiano senza mai mettere in discussione la linea del palazzo reale.
Questo modello, che per anni ha garantito ordine e prevedibilità, oggi è sottoposto a una pressione crescente, soprattutto sul fronte sociale ed economico.
La crisi economica è il primo fattore di vulnerabilità. Disoccupazione elevata, inflazione, debito pubblico e dipendenza strutturale dagli aiuti esterni pesano su una popolazione giovane e sempre più frustrata. A questo si aggiunge una composizione demografica complessa: una larga parte dei cittadini è di origine palestinese, convivono rifugiati siriani e iracheni, e il tessuto sociale è sottoposto a una tensione continua. Finora lo Stato ha retto, ma il margine di manovra si assottiglia.
Sul piano politico, la principale forza di opposizione organizzata resta l’area islamista riconducibile alla Fratellanza musulmana, storicamente radicata nel Paese. Negli ultimi mesi, il conflitto a Gaza ha ridato slancio a queste reti, che hanno trovato terreno fertile nella rabbia popolare contro Israele e, indirettamente, contro la prudenza della monarchia. Le manifestazioni di piazza, tollerate entro limiti precisi, sono diventate più frequenti e più cariche di retorica radicale.
Il rapporto con Israele è uno dei nodi centrali. La Giordania è uno dei pochi Paesi arabi ad avere un trattato di pace formale con Israele, e la cooperazione in materia di sicurezza resta essenziale, soprattutto lungo il confine e sulla gestione dei luoghi santi di Gerusalemme. Ma la guerra a Gaza ha reso questo legame politicamente tossico sul piano interno. Il palazzo reale si muove su una linea sottile: condanna pubblica delle operazioni israeliane per calmare la piazza, cooperazione silenziosa per evitare che il caos travolga anche il regno.
Il timore strategico di Amman è duplice. Da un lato, l’eventualità di un’escalation regionale che coinvolga la Cisgiordania e produca nuovi flussi di profughi verso est; dall’altro, il rischio che attori ostili sfruttino il malcontento interno per destabilizzare il Paese. In questo senso, Hamas e le reti a essa vicine rappresentano un fattore di pressione indiretta: non operano apertamente in Giordania, ma ne influenzano il clima politico e simbolico.
La Giordania osserva con preoccupazione anche ciò che accade a nord e a est. La Siria resta instabile, l’Iraq non è del tutto pacificato, e l’Iran continua a espandere la propria influenza regionale. In questo quadro, Amman si conferma un alleato chiave per l’Occidente e per gli Stati Uniti, che vedono nel regno hashemita un perno di contenimento e di mediazione.
La forza della Giordania è la sua capacità di tenere insieme elementi contraddittori: cooperare con Israele senza apparire subalterna, contenere l’islam politico senza reprimerlo apertamente, assorbire crisi esterne senza implodere. La sua debolezza è che questo equilibrio richiede risorse, consenso e tempo, tre fattori oggi sempre più scarsi.
Il regno non è sull’orlo del collasso ma non può nemmeno permettersi di restare immobile. In un Medio Oriente che accelera verso nuove fratture, la Giordania continua a camminare su un filo sottile. Finora non è caduta ma il vento, intorno, soffia più forte.
Il punto. Giordania, l’equilibrio che scricchiola
Il punto. Giordania, l’equilibrio che scricchiola

