La vicenda esplosa nelle ultime ore alla Knesset non riguarda soltanto un progetto edilizio né si limita a una disputa amministrativa su competenze e procedure, perché tocca un nervo scoperto della società israeliana nel momento forse più delicato della sua storia recente, quando il trauma del 7 ottobre continua a produrre conseguenze politiche, giuridiche e morali. Al centro della discussione c’è il piano per la costruzione di un grande complesso alberghiero e residenziale a Gerusalemme Est, sulle pendici del Monte degli Ulivi e di fronte alle mura della Città Vecchia, un’area che per definizione non è mai neutra e che concentra sensibilità religiose, simboliche e di sicurezza nazionale.
Il progetto, presentato formalmente dal Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, prevede un hotel di alto livello con circa duecento camere, spazi congressuali, ristorazione, una spa e una componente residenziale di lusso, oltre a strutture pubbliche come asili nido e scuole dell’infanzia. Fin qui, sulla carta, nulla di eccezionale per una città che vive da decenni sotto pressione immobiliare. Il problema nasce quando emerge il nome dell’imprenditore americano-palestinese Bashar al-Masri, indicato come figura chiave dell’operazione e oggi al centro di una pesantissima controversia internazionale.
Al-Masri è stato infatti citato in giudizio negli Stati Uniti da oltre duecento famiglie israeliane colpite dagli attacchi del 7 ottobre, che lo accusano di aver finanziato Hamas e di aver consentito all’organizzazione terroristica di utilizzare strutture di sua proprietà nella Striscia di Gaza. Secondo gli atti depositati, sotto alcuni dei suoi complessi immobiliari sarebbero stati individuati tunnel strategici, centri di comunicazione e persino un quartier generale della forza navale di Hamas. Accuse che hanno già prodotto conseguenze concrete, come la rimozione di al-Masri dal consiglio di amministrazione dell’Università di Harvard, ma che in Israele sembrano essersi scontrate con un sistema di pianificazione incapace di integrare valutazioni di sicurezza più ampie.
È questo il punto emerso con forza durante l’udienza urgente della Commissione per gli Interni e la Protezione Ambientale della Knesset, convocata su richiesta di diversi parlamentari e delle famiglie in lutto. Padri come Ruby Chen, Eyal Waldman e Yizhar Shai hanno parlato di una situazione assurda e intollerabile, denunciando il paradosso di uno Stato che combatte Hamas a Gaza mentre rischia di concedere terreni strategici a chi, secondo loro, avrebbe favorito quella stessa organizzazione. Le loro parole, cariche di dolore e indignazione, hanno messo sotto accusa un approccio che separa rigidamente la pianificazione urbanistica dalle considerazioni di sicurezza nazionale.
Dalle audizioni è emerso che, allo stato attuale, non esiste una procedura chiara che obblighi i comitati di pianificazione a consultare sistematicamente le agenzie di intelligence o a valutare il profilo di sicurezza dei soggetti coinvolti. I rappresentanti dell’Amministrazione per la Pianificazione hanno spiegato che il loro ruolo è limitato agli aspetti tecnici e che l’identità del proprietario non rientra formalmente nelle loro competenze, una posizione che ha sollevato più di una perplessità tra i deputati. Il parlamentare Amit Halevi ha parlato apertamente di un corto circuito istituzionale, chiedendo come sia stato possibile arrivare a discutere un piano del genere senza un vaglio preventivo dello Shin Bet.
Alla fine della seduta, la Commissione ha deciso di bloccare l’iter del progetto e di coinvolgere formalmente il Ministero della Difesa e le agenzie di sicurezza per colmare le lacune emerse. Il presidente della Commissione, Yitzhak Kreuzer, è stato netto nel chiarire che il piano non andrà avanti e che qualunque iniziativa futura legata a soggetti sospettati di legami con il terrorismo sarà sottoposta a un controllo rafforzato. Il messaggio politico è chiaro, ma resta una domanda di fondo che va oltre il singolo caso: in una Gerusalemme che è molto più di una città, è ancora possibile trattare la pianificazione come un fatto puramente tecnico, ignorando il contesto e le responsabilità che ne derivano?
Gerusalemme, l’hotel conteso e il corto circuito della sicurezza
Israele e il Medio Oriente, linea del fronte del nostro destino democratico

