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Gaza sommersa di zucchero mentre in Israele i prezzi salgono

Tra Ramadan e Purim, centinaia di camion carichi di dolci entrano nella Striscia con l’ok del governo. E in Israele le scorte si svuotano

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Gaza sommersa di zucchero mentre in Israele i prezzi salgono

Settecento camion al giorno attraversano i valichi verso la Striscia di Gaza da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore quattro mesi fa, e in linea di principio si tratta di un impegno che Israele ha assunto nell’ambito dell’accordo con Hamas per garantire l’ingresso di aiuti umanitari, ma nelle ultime due settimane la composizione di quei carichi ha cominciato a suscitare più di una perplessità perché accanto a farina, medicinali e moduli abitativi hanno iniziato a comparire pallet di Red Bull, Ferrero Rocher, Kinder Bueno, bevande zuccherate e caramelle di ogni tipo.

La decisione sarebbe stata presa su richiesta americana in vista del Ramadan e formalizzata attraverso il ministero degli Affari Esteri, che ha revocato il divieto di introdurre dolciumi nella Striscia, aprendo così la strada a un flusso commerciale che fino a poco tempo fa era prerogativa quasi esclusiva di operatori turchi. Oggi la maggior parte di quei prodotti parte invece da magazzini israeliani, con una rapidità che ha colto di sorpresa lo stesso settore alimentare.

Un imprenditore del comparto che non vuole far sapere il suo nome non nasconde lo sconcerto e usa parole che fotografano un malessere diffuso. Portare pane e farina, dice, è una necessità evidente e nessuno la mette in discussione, ma quando ci si trova a caricare camion di bevande energetiche e praline di lusso mentre in Israele i prezzi aumentano in vista di Purim la domanda diventa inevitabile: ma siamo davvero tutti impazziti? La sua non è solo una reazione emotiva, perché il meccanismo economico è semplice e produce effetti immediati.

Ogni camion che entra a Gaza comporta una tariffa di circa 15.000 shekel (3.750 euro circa), costo che viene incorporato nel prezzo finale della merce, e in queste settimane importatori e grossisti hanno svuotato i magazzini vendendo a prezzo pieno anche prodotti prossimi alla scadenza, sapendo che la domanda è altissima e che i margini sono consistenti. Il risultato è che le scorte interne si assottigliano proprio nel periodo in cui il consumo di dolci in Israele cresce per le festività, e quando l’offerta diminuisce i prezzi salgono senza che nessuno ne spieghi il motivo.

Sul piano politico, la scelta si inserisce in un equilibrio delicato che coinvolge Washington e la gestione del dopo-guerra, perché l’amministrazione americana ha insistito affinché durante il Ramadan non vi fossero restrizioni simbolicamente percepite come punitive, ma resta il fatto che l’immagine di Gaza inondata di zucchero mentre a Tel Aviv o a Haifa le famiglie pagano di più per i dolci di Purim alimenta un senso di cortocircuito.

Non è solo una questione di calorie o di marchi occidentali che attraversano i valichi, bensì di priorità e di percezione pubblica, perché in un contesto ancora fragile ogni decisione economica diventa anche un messaggio politico, e quando il denaro comincia a circolare con questa intensità qualcuno guadagna milioni mentre altri si limitano a fare la spesa guardando il totale sullo scontrino con un misto di incredulità e fastidio.


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