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Gaza Riviera, l’utopia immobiliare su un campo minato

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 4 min
Gaza Riviera, l’utopia immobiliare su un campo minato

Hotel di lusso affacciati sul Mediterraneo, treni ad alta velocità che attraversano la Striscia, reti elettriche intelligenti governate dall’intelligenza artificiale, centri culturali e distretti finanziari. È questa la Gaza del futuro immaginata dal nuovo piano promosso dall’amministrazione di Donald Trump, messo nero su bianco dai suoi consiglieri più ascoltati: l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero del presidente Jared Kushner. Il nome è evocativo: Project Sunrise. L’obiettivo dichiarato ancora di più: trasformare Gaza nella “Riviera del Medio Oriente”.

Il piano, rivelato dal Wall Street Journal, è contenuto in una presentazione di 32 slide, definita “sensibile ma non confidenziale”. Prevede un orizzonte temporale di almeno dieci anni, probabilmente venti, e un costo iniziale stimato in oltre 112 miliardi di dollari solo per il primo decennio. Gli Stati Uniti garantirebbero circa il 20 per cento dei fondi iniziali, fungendo da “àncora” per attrarre capitali regionali e internazionali. Il resto dovrebbe arrivare dai Paesi del Golfo e da investitori privati. Il condizionale, qui, è d’obbligo.

Il Sunrise Project nasce infatti con una clausola sospensiva grande quanto la Striscia stessa: il disarmo totale di Hamas e lo smantellamento della sua infrastruttura militare, inclusa la rete dei tunnel. Una condizione che, allo stato attuale, appare più una formula retorica che una prospettiva concreta. Hamas non ha alcuna intenzione di deporre le armi e l’ultimo ostaggio israeliano, Ran Gweili, non è ancora stato restituito. Senza questo passaggio, Israele rifiuta di entrare nella seconda fase del piano trumpiano, che dovrebbe includere la ricostruzione e l’ingresso di una forza internazionale a Gaza.

La roadmap è ambiziosa, quasi chirurgica. Si partirebbe dal sud: Rafah e Khan Yunis, oggi in gran parte distrutte e sotto controllo israeliano, verrebbero ricostruite per prime. Rafah diventerebbe addirittura la nuova capitale amministrativa della Striscia, ribattezzata “Nuova Rafah”, con oltre mezzo milione di abitanti, centomila unità abitative, centinaia di scuole, strutture sanitarie e moschee. Solo in seguito toccherebbe ai campi centrali e, per ultima, a Gaza City, ancora roccaforte di Hamas.

Nella visione dei suoi architetti, la ricostruzione non sarebbe una semplice riparazione dei danni, ma una rifondazione totale: bonifica delle macerie, rimozione degli ordigni inesplosi, smantellamento dei tunnel, creazione di infrastrutture energetiche e digitali avanzate, fino alla trasformazione del 70 per cento della costa in un gigantesco distretto turistico. Secondo le slide, la futura “Gaza Riviera” potrebbe generare profitti per oltre 55 miliardi di dollari nel lungo periodo, rendendo la Striscia capace di autofinanziare il proprio sviluppo e ripagare i debiti.

È qui che il progetto mostra la sua natura più problematica. Funzionari americani citati dal Wall Street Journal parlano apertamente di scetticismo. Finché esiste anche solo la possibilità di una nuova guerra, nessun investitore serio metterà decine di miliardi su un territorio che potrebbe tornare a essere un campo di battaglia. Lo ha ammesso senza giri di parole anche il segretario di Stato Marco Rubio: nessuno investe dove il rischio di distruzione è strutturale.

Eppure, per Witkoff e Kushner, presentare una visione ottimistica sarebbe comunque preferibile allo status quo: una Gaza ridotta a un ammasso di rovine, dipendente dagli aiuti umanitari e politicamente congelata. Il Sunrise Project diventa così più di un piano operativo: è un atto di propaganda strategica, una scommessa narrativa sul “dopo”, nella speranza che immaginare un futuro costringa prima o poi qualcuno a renderlo possibile.

Il problema è che, a Gaza, il futuro non è una slide. È ostaggio di equilibri militari, ideologici e regionali che nessun PowerPoint può aggirare. Senza il disarmo di Hamas, senza garanzie di sicurezza credibili, senza una governance palestinese alternativa e legittimata, la Riviera resta una cartolina patinata, costosa e profondamente scollegata dal terreno su cui dovrebbe sorgere. E, oggi lo sappiamo, le cartoline non bastano più.


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