Un’idea che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata materia da convegno accademico circola ora nei dossier diplomatici che riguardano il futuro della Striscia di Gaza. Secondo indiscrezioni pubblicate dal Financial Times, il Consiglio di pace promosso dall’amministrazione Trump starebbe valutando la creazione di una valuta digitale specifica per Gaza, strutturata come stablecoin interamente ancorato al dollaro statunitense, con l’obiettivo dichiarato di accompagnare la ricostruzione economica dell’enclave dopo mesi di guerra e devastazione.
Il progetto, ancora allo stadio preliminare ma descritto come tecnicamente avanzato, prevede l’introduzione di un’infrastruttura di pagamenti digitale che consentirebbe ai residenti di effettuare transazioni tracciabili e immediate, riducendo la circolazione di contante e quindi la possibilità di deviazione dei fondi verso reti armate. L’intenzione politica è chiara, perché si punta a spezzare il controllo esercitato da Hamas sui flussi finanziari locali e a convogliare gli aiuti internazionali in un circuito sottoposto a supervisione esterna.
Al centro dell’iniziativa figura Liran Tancman, imprenditore israeliano attivo nel settore delle tecnologie finanziarie ed ex ufficiale di riserva, oggi consulente dell’organismo incaricato di seguire la riabilitazione economica della Striscia. La scelta di affidarsi a competenze legate al mondo fintech riflette una convinzione diffusa a Washington, secondo cui i tradizionali meccanismi di assistenza, fondati su trasferimenti in contanti o su canali bancari opachi, abbiano favorito negli anni distorsioni e appropriazioni indebite.
Il meccanismo finanziario ipotizzato contiene un elemento che ha suscitato interrogativi anche tra gli osservatori più favorevoli all’innovazione monetaria. Una quota pari al venticinque per cento dei ricavi generati dalla gestione e dalle transazioni dello stablecoin verrebbe versata al Tesoro statunitense, con la motivazione di compensare in parte l’impegno diplomatico e finanziario degli Stati Uniti nella regione. Tale clausola introduce una dimensione geopolitica esplicita, perché lega la ricostruzione di Gaza a un’architettura economica sotto egida americana e fondata sul dollaro come riferimento esclusivo.
Qualora il piano dovesse concretizzarsi, Gaza si trasformerebbe in un laboratorio di economia quasi integralmente digitale, in cui la circolazione monetaria sarebbe mediata da strumenti tecnologici controllati dall’esterno. Gli esperti di politiche monetarie sottolineano che uno stablecoin ancorato al dollaro garantirebbe stabilità nominale in un contesto caratterizzato da frammentazione valutaria, dato che nella Striscia convivono shekel israeliano, dinaro giordano e dollaro in modo informale. Allo stesso tempo, la dipendenza da una valuta digitale supervisionata da attori stranieri solleva interrogativi sulla sovranità economica e sulla reale autonomia decisionale delle autorità palestinesi.
Sul piano politico, l’ipotesi di una “moneta di Gaza” viene interpretata in modi divergenti. Per alcuni rappresenterebbe un passo verso una gestione più trasparente delle risorse e un primo embrione di autonomia amministrativa, mentre per altri configurerebbe una forma di tutela economica che rafforza l’influenza statunitense in un territorio già sottoposto a vincoli esterni stringenti. La discussione si intreccia con il futuro assetto istituzionale della Striscia e con il ruolo che l’Autorità Palestinese potrebbe assumere in una fase post-Hamas.
La realizzazione concreta del progetto dipenderà da variabili tecniche e politiche, inclusa la sicurezza delle infrastrutture digitali in un contesto fragile e la disponibilità dei donatori internazionali ad accettare un sistema centralizzato sotto supervisione americana. Nel frattempo, l’idea stessa di una valuta digitale dedicata a Gaza segnala un cambio di paradigma, perché la ricostruzione economica non viene più pensata soltanto in termini di aiuti e cantieri, bensì come ridisegno dell’intero ecosistema finanziario di un territorio che cerca, tra macerie e tensioni, un nuovo equilibrio.
Gaza, l’ipotesi di una moneta digitale sotto tutela americana