Cinque mesi dopo l’annuncio del cessate il fuoco, lungo il confine tra Israele e Gaza il clima non assomiglia affatto a quello di una tregua stabile. La guerra regionale che continua a coinvolgere Iran e Hezbollah tiene naturalmente l’attenzione concentrata sul fronte nord, ma nei villaggi dell’area che in Israele viene chiamata “periferia di Gaza”, cioè la fascia di comunità israeliane che circonda la Striscia, cresce la sensazione che la minaccia più immediata resti comunque dall’altra parte della recinzione.
Durante un sopralluogo organizzato nei giorni scorsi per i responsabili della sicurezza delle località di confine, i coordinatori della sicurezza militare dei villaggi — funzionari civili incaricati della difesa immediata di kibbutz e moshav — il comandante della brigata meridionale della Divisione Gaza, il colonnello Gil Werner, ha illustrato una valutazione operativa che molti dei presenti hanno definito insolitamente franca. Il centro della Striscia, ha spiegato l’ufficiale, rimane l’area in cui Hamas conserva la struttura militare più solida e continua a esercitare un controllo pienamente operativo.
Uno dei partecipanti alla visita ha raccontato ai media israeliani che il quadro osservato durante il sopralluogo era molto diverso da quello mostrato nei mesi precedenti, quando gli ufficiali conducevano i delegati dei kibbutz soprattutto nel sud della Striscia per evidenziare i danni inflitti alle infrastrutture di Hamas. Stavolta il gruppo è stato portato su un’altura da cui si dominano i cosiddetti “campi centrali” della Striscia, di fronte ai kibbutz Be’eri e Kissufim, e la scena appa
iva sorprendentemente intatta. Edifici in piedi, quartieri abitati, una quotidianità che da lontano poteva sembrare quasi normale.
Secondo quanto riferito durante il briefing, la brigata dei campi centrali di Hamas sarebbe l’unica rimasta operativa in modo relativamente completo. Due battaglioni non avrebbero subito perdite decisive durante i combattimenti e avrebbero partecipato solo marginalmente alle operazioni militari più intense. Proprio per questa ragione l’organizzazione mantiene nella zona una capacità di comando e di manovra che preoccupa i responsabili della sicurezza delle comunità israeliane.
La domanda che circola tra chi vive lungo il confine è semplice e brutale. Se in quell’area Hamas dispone ancora di centinaia di combattenti armati e di una rete di supporto civile, cosa impedirebbe a gruppi numerosi di tentare nuovamente un’incursione oltre la barriera? Un coordinatore della sicurezza che ha preso parte alla visita ha riassunto il timore con parole che riflettono il trauma ancora aperto del 7 ottobre. Secondo la sua valutazione basterebbe che un singolo attacco riuscisse a colpire un avamposto militare israeliano, magari filmando l’azione e trascinando via dei caduti, per riportare la regione indietro di anni nella percezione di vulnerabilità.
A rafforzare questa inquietudine contribuiscono anche immagini diffuse nei media palestinesi che mostrano convogli di miliziani di Hamas a Khan Yunis mentre percorrono le strade a bordo di pick-up con armi in vista. Il messaggio politico è evidente e punta a dimostrare che l’organizzazione, pur indebolita, resta presente e capace di agire apertamente in alcune zone della Striscia.
Nel frattempo l’esercito israeliano continua a scoprire nuove gallerie sotterranee e tracciati di tunnel non individuati durante la guerra, persino nella parte orientale della cosiddetta “linea gialla”, cioè in aree teoricamente sotto controllo israeliano. Ogni nuova scoperta ricorda quanto il sistema costruito da Hamas nel sottosuolo sia ancora lontano dall’essere completamente mappato.
Le Forze di difesa israeliane hanno risposto alle ricostruzioni giornalistiche sostenendo che alcune dichiarazioni attribuite al comandante della brigata sono state estrapolate dal loro contesto e che l’esercito mantiene piena capacità di controllo operativo nella regione. Il portavoce militare ha ribadito che incontri periodici con i coordinatori della sicurezza dei villaggi servono proprio a condividere aggiornamenti e a rafforzare la fiducia tra le comunità di frontiera e le strutture militari.
Sul terreno, tuttavia, la sensazione dominante resta quella di una tregua fragile, mentre i residenti osservano con attenzione ogni movimento oltre la recinzione e chiedono di rafforzare nuovamente le unità di difesa locale, che negli ultimi mesi hanno visto ridursi il numero dei riservisti assegnati. In una regione dove la distanza tra la routine e la catastrofe può ridursi a pochi minuti, la percezione del rischio conta quasi quanto i dati militari.
Gaza, la tregua che inquieta il confine