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Gaza, il potere nell’ombra

Mentre Washington finanzia la ricostruzione e prepara una governance tecnocratica, Hamas riorganizza uomini e strutture per restare al comando

Paolo Montesi

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Gaza, il potere nell’ombra

Washington parla di transizione, di ricostruzione e di una nuova architettura civile capace di archiviare il dominio di Hamas sulla Striscia, mentre sul terreno emergono segnali che raccontano una realtà più complessa e di sicuro meno lineare. Il Board of Peace promosso dall’amministrazione Trump ha raccolto impegni per circa sette miliardi di dollari destinati a Gaza e ha ottenuto la disponibilità di cinque Paesi a contribuire a una forza internazionale di stabilizzazione che dovrebbe sostituire progressivamente la presenza militare israeliana. Parallelamente è stato avviato il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, un organismo tecnocratico legato all’Autorità Palestinese e guidato da Ali Shaath sotto la supervisione del diplomatico Nikolay Mladenov, con il compito di gestire gli affari civili quotidiani.

Il progetto sulla carta delinea una fase nuova, nella quale Hamas cederebbe formalmente la gestione amministrativa mantenendo un profilo politico ridimensionato. Tuttavia documenti interni visionati dal Times of Israel suggeriscono che il movimento islamista sta predisponendo una strategia di adattamento finalizzata a conservare un controllo sostanziale attraverso canali meno visibili. Ordini attribuiti a Izz al-Din al-Haddad, successore di Muhammad Sinwar alla guida di Hamas a Gaza, indicherebbero la volontà di trasferire quadri delle Brigate al-Qassam in ruoli civili destinati a confluire nella nuova struttura amministrativa.

Secondo queste ricostruzioni, Hamas starebbe predisponendo la copia sistematica dei fascicoli e degli archivi ministeriali consegnati al comitato tecnocratico, in modo da mantenere un patrimonio informativo utile a esercitare pressioni sui funzionari pubblici. Fonti palestinesi citate da Reuters hanno riferito della nomina di governatori distrettuali con legami con il braccio armato e di cambiamenti nei vertici dei ministeri economici e dell’interno, che controllano tassazione e sicurezza. Un commento raccolto dall’agenzia sintetizza la situazione con un’immagine efficace, secondo cui il nuovo comitato potrebbe avere la chiave dell’auto e persino guidarla, ma il veicolo resterebbe di Hamas.

Sul piano militare il quadro appare altrettanto delicato. L’esercito israeliano ritiene che una parte significativa della rete di tunnel sotterranei sia ancora intatta e osserva segnali di riorganizzazione interna del movimento. Dichiarazioni pubbliche di esponenti come Khaled Mashaal ribadiscono che la resistenza armata non verrà dismessa, mentre fonti di sicurezza israeliane sostengono che Hamas sarebbe disposto a depositare armi pesanti sotto supervisione congiunta, mantenendo però fucili e lanciagranate come garanzia della propria sopravvivenza politica e militare.

La leadership israeliana avrebbe fatto sapere a Washington che il disarmo effettivo del movimento rappresenta una condizione imprescindibile per consolidare la visione americana di stabilità regionale. Secondo indiscrezioni circolate negli ambienti diplomatici, Gerusalemme ritiene che senza un intervento diretto dell’IDF la capacità di Hamas di ricostruire le proprie strutture resterebbe intatta, anche sotto un’amministrazione formalmente tecnocratica.

In questo scenario la popolazione civile di Gaza si trova sospesa tra promesse di ricostruzione e timori di un nuovo ciclo di scontri. La tregua ha ridotto l’intensità del conflitto, ma non ha sciolto il nodo centrale del potere. Se il piano americano mira a separare governance e militanza armata, Hamas sembra determinato a intrecciarle nuovamente in forme più sottili. Il risultato è un equilibrio instabile, nel quale ogni passo verso la normalizzazione viene accompagnato da mosse parallele volte a preservare l’influenza del movimento. La partita sul futuro della Striscia si gioca dunque su due livelli, uno ufficiale e uno sotterraneo, e il loro incrocio determinerà se la fase postbellica potrà davvero trasformarsi in un cambio di paradigma oppure resterà una tregua armata in attesa del prossimo confronto.


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