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Gaza, il mercato che racconta un’altra realtà

Mango a 5 shekel (1,30 euro), uova meno care che in Israele e ristoranti aperti. I prezzi scendono, mentre resta gravissima la crisi del potere d’acquisto

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min
Gaza, il mercato che racconta un’altra realtà
Iimmagine generata con AI

Un chilo di mango a 5 shekel (1,30 euro), due chili d’uva a 15 (3,90 euro), una lattina di Coca-Cola a 3 (0,78 euro). Trenta uova costano 30 shekel (7,80 euro), leggermente meno che in Israele. Nei mercati della Striscia di Gaza sono tornati prodotti che per lunghi periodi della guerra erano diventati introvabili o avevano raggiunto prezzi proibitivi. Il quadro che emerge dai listini raccolti nelle ultime settimane è assai più complesso dell’immagine di un territorio nel quale il cibo sarebbe semplicemente scomparso.

Secondo il COGAT, l’organismo israeliano che coordina le attività governative nei Territori, alla fine di agosto i prezzi dei prodotti alimentari e di altri beni erano diminuiti complessivamente di circa l’83 per cento rispetto all’ottobre 2025. È un dato elaborato dalle autorità israeliane e va quindi attribuito alla fonte, anche perché non è stato pubblicato il paniere completo utilizzato per calcolarlo. La tendenza alla discesa dei prezzi, però, emerge anche da altre rilevazioni internazionali, pur dentro una situazione umanitaria che rimane molto grave.

Il confronto con Israele offre qualche indicazione ulteriore. Una confezione di trenta uova è comparsa a Nuseirat a 30 shekel, contro circa 31,50-32,80 shekel in Israele. Il pollo si trova intorno ai 20 shekel al chilo, con offerte inferiori per prodotti vicini alla scadenza. Anche farina, bevande e latte in polvere sono nuovamente presenti.

La situazione cambia rapidamente da un prodotto all’altro. I pomodori, per esempio, sono arrivati a 15-17 shekel al chilo dopo una temporanea chiusura del valico, mentre il gas da cucina rimane scarsamente accessibile e sul mercato parallelo può raggiungere prezzi altissimi. È la dimostrazione di quanto l’economia della Striscia continui a essere fragile e dipendente dalla regolarità degli ingressi.

Poi ci sono merci che difficilmente rientrano nell’immagine di un mercato ridotto alla pura sopravvivenza. A Nuseirat è stato segnalato un iPhone 17 Pro Max a 12.800 shekel, quasi tre volte il prezzo israeliano. La cifra racconta soprattutto la scarsità di determinati beni e i costi eccezionali della loro commercializzazione. Resta però significativo che dispositivi elettronici di ultima generazione riescano a raggiungere i negozi della Striscia.

Anche ristoranti e attività commerciali hanno ripreso a offrire una scelta relativamente ampia. Nei video pubblicati dall’interno di Gaza compaiono panetterie, negozi e locali che vendono pasti completi. In un ristorante vicino al porto di Gaza City un “picnic box” con cheeseburger, involtino di pollo, patatine, coleslaw e salse veniva proposto a 28 shekel.

Tutto questo non significa che la crisi alimentare sia finita. Occorre distinguere la disponibilità dei prodotti dalla possibilità di acquistarli. Le organizzazioni internazionali continuano a segnalare livelli molto elevati di insicurezza alimentare e centinaia di migliaia di famiglie dipendono dagli aiuti. Dopo anni di guerra, distruzioni e perdita del lavoro, avere il cibo sul banco del mercato serve a poco a chi non possiede il denaro necessario per comprarlo.

È questa una delle chiavi per capire la Gaza di oggi. La presenza di negozi riforniti non cancella povertà e fame; i prezzi in discesa e il ritorno di molti prodotti documentano però un cambiamento reale rispetto alle fasi più dure della guerra.
Raccontarlo con precisione è indispensabile, soprattutto quando le immagini e gli slogan tendono a sostituirsi ai dati. Gaza resta una società devastata dalla guerra, con una capacità economica profondamente compromessa. Nei suoi mercati, però, il cibo c’è. Per moltissime famiglie il problema decisivo è riuscire a pagarlo.