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Gaza, il doppio gioco di Hamas

Mentre Washington investe miliardi nella ricostruzione e punta su un’amministrazione tecnocratica, il movimento islamista riorganizza il potere nell’ombra e prepara il prossimo confronto

Paolo Montesi

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Gaza, il doppio gioco di Hamas

Washington accelera sul progetto di una Gaza postbellica sottratta al controllo di Hamas, forte degli impegni finanziari raccolti dal Board of Peace e della promessa di una forza internazionale di stabilizzazione che dovrebbe subentrare alle truppe israeliane. Sette miliardi di dollari annunciati per la ricostruzione e la nascita del Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, organismo tecnocratico guidato da Ali Shaath sotto la supervisione del diplomatico Nikolay Mladenov, delineano sulla carta una transizione ordinata verso una gestione civile. Tuttavia, documenti interni visionati da media israeliani indicano che Hamas sta lavorando per conservare il controllo effettivo del territorio pur accettando formalmente il passaggio di consegne.

A quattro mesi dal cessate il fuoco, gran parte della popolazione della Striscia vive ancora in aree dove l’apparato del movimento islamista rimane operativo. Secondo fonti citate da Reuters, diversi governatori distrettuali recentemente nominati presentano legami diretti con le Brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas, mentre cambiamenti ai vertici dei ministeri economici e dell’interno suggeriscono una riorganizzazione volta a presidiare i settori chiave, dalla tassazione alla sicurezza. Ordini attribuiti a Izz al-Din al-Haddad, succeduto a Muhammad Sinwar dopo la sua uccisione, avrebbero disposto la copia sistematica dei fascicoli consegnati al nuovo organismo civile, in modo da mantenere strumenti di pressione sui funzionari pubblici anche in una fase di amministrazione tecnocratica.

L’esercito israeliano ha segnalato al governo che Hamas starebbe inserendo propri quadri in posizioni civili destinate a confluire nell’architettura del nuovo comitato, con l’obiettivo di controllare “dal basso” uffici governativi, apparati di sicurezza e autorità locali. La struttura di intelligence interna del movimento risulterebbe ancora attiva, come dimostrerebbero direttive che chiedono di intensificare la sorveglianza in siti sensibili, inclusi ospedali, e di riferire eventuali anomalie ai comandanti locali.

Sul fronte militare, le valutazioni convergono su un punto cruciale: Hamas non intende disarmarsi. Dichiarazioni pubbliche di Khaled Mashaal a Doha hanno ribadito che la resistenza armata resta un diritto, mentre fonti di sicurezza israeliane sostengono che il movimento sarebbe disposto a depositare armi pesanti sotto controllo congiunto, senza però rinunciare ai fucili d’assalto e ai lanciagranate che costituiscono l’ossatura della sua capacità operativa. L’IDF stima che una parte consistente della rete di tunnel sia ancora intatta, elemento che alimenta il timore di un nuovo scontro ad alta intensità.

La Casa Bianca, secondo indiscrezioni circolate negli ambienti diplomatici, considera il disarmo di Hamas una condizione imprescindibile per dare credibilità al proprio piano e consolidare una visione di stabilità regionale. Israele avrebbe fatto sapere agli interlocutori americani che un eventuale ritorno delle forze nella Striscia sarebbe rapido e mirato, anche alla luce dell’assenza di ostaggi e della possibilità di operare con maggiore libertà tattica.

Nel frattempo, la popolazione civile osserva con prudenza una transizione che appare fragile. La promessa di un’amministrazione neutrale e di una ricostruzione finanziata dalla comunità internazionale si scontra con la realtà di un movimento che conserva radicamento sociale e controllo armato. Gaza si trova così sospesa tra un progetto di normalizzazione sostenuto da Washington e una strategia criminale di continuità messa in campo da Hamas, mentre il rischio di un nuovo ciclo di violenza incombe su un territorio già provato.


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