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Gas, confini e nervi scoperti nel Mediterraneo orientale

Israele e Cipro accelerano sull’accordo condiviso mentre Ankara osserva e prepara la contromossa

Shira Navon

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Dopo più di un decennio di stallo, Israele e Cipro sembrano finalmente vicini a chiudere una delle partite energetiche più delicate del Mediterraneo orientale, quella legata allo sfruttamento congiunto del giacimento di Afrodite-Yishay, un bacino che per dimensioni, posizione e implicazioni politiche va ben oltre la semplice questione delle royalties. La decisione del Ministero dell’Energia israeliano di accelerare i colloqui con Nicosia e di inviare una delegazione già in questi giorni ha il sapore di una corsa contro il tempo, dettata non solo da considerazioni economiche ma anche da un contesto regionale che si fa ogni mese più instabile.

Il giacimento, scoperto nel 2011 e localizzato in gran parte nella zona economica esclusiva cipriota, presenta una piccola ma significativa porzione che ricade nelle acque israeliane, nota come Yishay. È proprio questo dettaglio geografico, apparentemente marginale, ad aver bloccato per anni qualsiasi sviluppo concreto, tra richieste di compensazione, dispute sulle licenze e difficoltà nel definire un meccanismo di gestione condivisa che fosse accettabile per entrambe le parti. Negli ultimi mesi, però, qualcosa si è mosso, anche grazie al rafforzamento dell’asse trilaterale tra Israele, Cipro e Grecia, che ha trovato nuovo slancio durante l’incontro di Gerusalemme dello scorso dicembre.

L’obiettivo dichiarato è arrivare rapidamente a una bozza di accordo che consenta l’unificazione del giacimento, permettendo uno sviluppo coordinato e una distribuzione delle entrate basata su una valutazione tecnica condivisa. In termini pratici, questo significa selezionare un esperto indipendente che analizzi i dati geologici e definisca le quote spettanti a ciascun Paese, riducendo al minimo il margine di conflitto. Per Israele, si tratta di sbloccare una risorsa che, pur non essendo paragonabile ai grandi giacimenti come Leviathan, ha un valore strategico in un’ottica di lungo periodo e di integrazione regionale.

Cipro, dal canto suo, ha già fatto capire di non voler restare ferma. Nicosia ha approvato il piano di sviluppo di Afrodite senza attendere la risoluzione della disputa con Israele, puntando su un modello che prevede la produzione offshore e l’esportazione del gas verso l’Egitto per la liquefazione. La scelta non è casuale, perché l’isola non ha un mercato interno sufficiente ad assorbire volumi significativi e vede nel GNL l’unica strada per trasformare il gas in una leva economica reale, grazie anche agli impianti egiziani di Damietta e Idku.

Dietro questa apparente convergenza, però, si muove un attore che osserva con crescente irritazione. La Turchia non riconosce i confini marittimi di Cipro e continua a rivendicare ampie porzioni di Mediterraneo orientale in base alla dottrina della “Patria Blu”, un’impostazione che negli anni ha già prodotto frizioni con Grecia, Israele e Unione Europea. Il timore, condiviso da più capitali della regione, è che un accordo israelo-cipriota sul gas possa spingere Ankara a reagire, magari rafforzando le proprie rivendicazioni attraverso intese bilaterali alternative, come quelle ipotizzate con la Siria.

Non sarebbe la prima volta che la Turchia agisce ignorando gli equilibri esistenti. Nel 2019, l’accordo marittimo con la Libia ha ridisegnato confini contestati a scapito di Atene, creando un precedente che pesa ancora oggi. Un’eventuale mossa simile nel contesto cipriota rappresenterebbe un problema serio anche per Israele, che vede nel Mediterraneo orientale non solo una fonte energetica, ma uno spazio strategico da difendere. In questo quadro, il ruolo del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan resta centrale, perché ogni passo sul gas rischia di intrecciarsi con una visione geopolitica più ampia e assertiva.

Per Gerusalemme e Nicosia, arrivare a un accordo ora significa consolidare una cooperazione che va oltre l’energia e rafforzare un fronte comune in un’area dove il gas è diventato uno strumento di potere. La partita è tutt’altro che chiusa, ma il fatto stesso che dopo quindici anni si parli di una firma possibile entro poche settimane indica che, almeno per una volta, la geologia e la politica stanno provando a camminare nella stessa direzione.