LA STAMPA, 13/3/2026
Confesso di essere troppo ignorante per seguire il ragionamento sofisticato sulla guerra contro l’Iran che Gabriele Segre mette nero su bianco su La Stampa con un intervento dal titolo “La politica del caos tra Dio e l’algoritmo”. Per la verità, a una prima lettura, l’articolo mi è sembrato scritto da chi si compiace di descrivere il momento attuale con toni biblici, artefatti, sfoggiando metafore melodrammatiche, tanto da portare il lettore povero di spirito come me a chiedersi: ma questo galantuomo, da dove tira fuori queste sparate metafisiche per parlare di una vicenda così politicamente terrena come la guerra?
La tesi alla base dell’articolo è che la guerra abbia incenerito le maschere dell’Occidente portando alla luce “verità nascoste di un’epoca che non riusciamo più a riconoscere”. E qui sta il trucchetto: la tesi è solo sua, ma usando l’indicativo presente, prima persona plurale (non riusciamo) diventa una verità accertata per tutti noi. E meno male che c’è lui a farci riconoscere “le verità nascoste”.
“Occhi chiusi, mani posate sulle spalle del comandante in capo” sono i membri dello staff di Trump che “come in un antico rito di consacrazione, invocano la protezione su di lui e sulle insegne: quelle dei bombardieri…” Da qui viene quasi logico (secondo la logica esibita da Segre) affermare che l’operazione Furia epica assume “i tratti di un’epopea medievale” così che la sua legittimazione deriverebbe “direttamente dall’Onnipotente” (che è sempre Trump).
“Nessun volto, nessun gesto solenne o scena da immortale, nessun sacerdote in abito da cerimonia. Solo una fila di schermi fluorescenti” per dire, se ho capito bene, che l’altra forza onnipotente a guidare la guerra sono gli algoritmi. Detto così secco non impressiona poi tanto, perché si sa che la tecnologia è cosa del mondo attuale, ma detto come lo dice Segre diventa una scenografia di Matrix: “una fila di schermi fluorescenti che riflettono l’opacità di un algoritmo onnisciente, capace di vedere tutto con gli occhi infallibili dei suoi satelliti”. Ma come si fa a riflettere l’opacità? chiedo ingenuamente.
Inoltrandosi nella riflessione Gabriele Segre spiega come le due fedi “cieche e speculari”, quella che crede nell’onnipotente Trump e quella nell’onniscienza dell’opaco algoritmo, rispondono alla stessa urgenza che è “riempire il vuoto di senso e di direzione che si è aperto nelle nostre società”. Ah finalmente questo concetto penso di averlo capito: è una sceneggiatura per un film esistenzialista, come quelli sulla decadenza della borghesia neoricca che ci annoiavano a morte negli anni Sessanta, con personaggi, annoiati anche loro, che giravano a vuoto (appunto) ponendosi le domande fondamentali dell’umana esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Dove sto andando? Nel nostro tempo, tuttavia, non è certo la noia che porta il vuoto, ma “tra guerre che nessuno si degna di spiegare, bollette dell’energia alle stelle e un lavoro che evapora nell’intelligenza artificiale, i cittadini guardano alle istituzioni stanchi e sempre più increduli come chi aspetta un treno perennemente in ritardo in una stazione sempre più vuota”.
Ecco, se Segre si riferisce ai treni delle Fs o anche alla ferrovia Roma-Ostia sono d’accordissimo. Ma non credo che volesse alludere alle carenze della rete ferroviaria italiana, sebbene queste rappresentino una vera urgenza da affrontare con la massima serietà. No, lui parla di stazioni metafisiche dove i treni forse neanche arrivano, il che, nella mia pochezza intellettuale, non so bene che utilità potrebbero avere. Mi permetto di dubitare che per i cittadini senza lavoro con le bollette alle stelle, con le incertezze portate dalla guerra, il problema più urgente sia di riempire il vuoto di senso e di direzione (magari il vuoto del portafoglio sì).
“Quando la politica resta muta” – (ma se Trump parla in continuazione!), continua l’articolo – “il mistero della fede torna dunque in soccorso”. E come arriva? Con “la spada di Dio guidata dai terabyte, in un connubio che avrebbe fatto inorridire teologi e filosofi di ogni epoca”. Di ogni epoca? Il primo hard disk da 1 Terabyte è stato lanciato nel 2007. Dunque teologi e filosofi prima di allora non avrebbero potuto inorridire e anche oggi non mi sembra ce ne siano molti che inorridiscono insieme a Segre, secondo il quale a “evaporare”, a questo punto, è anche la responsabilità politica, “dissolvendosi nell’etere tra una preghiera e un aggiornamento di sistema”. Che immagine sofisticata offrono queste toccanti parole che, a mio umile avviso, non significano niente, ma fanno un effettone per prepararci alla conclusione apocalittica del pezzo. Secondo Segre il nostro mondo “che ha smarrito le sue coordinate travolto dalle bombe e dall’inflazione” sta cominciando a “credere nei miracoli o nei calcoli automatici”, e questo sarebbe “il segnale più chiaro di una resa”.
Altro che resa! Qui chi si è arreso smarrendo le coordinate è Gabriele Segre, che vaga nella marea montante dei sabotatori della società occidentale, a cui piace descriverla decadente, degenerata, vuota di senso e direzione, appunto, e profetizzare che oggi, essendo colpevole della guerra al regime degli ayatollah, ha compiuto un ulteriore passo verso la sua fine. Se Segre esponesse pubblicamente queste sue tesi in Iran non correrebbe rischi di vita perché sarebbe applaudito proprio dagli ayatollah che invocano la fine del Grande Satana e del Piccolo Satana da mezzo secolo, mentre sarebbe maledetto dal popolo iraniano, che invece invoca aiuto per liberarsi di un regime teocratico, opprimente, assassino e poter diventare una società libera come la nostra. In Europa si ha la libertà di poter gridare ai quattro venti di odiare Trump, ma il silenzio degli intellettuali, sempre pronti a trovare le colpe dell’Occidente, sulla richiesta di aiuto che viene dal popolo iraniano non fa parte di alcuna colta riflessione. È l’oscuramento delle coscienze, svuotate dei valori di libertà e dei diritti: ecco le verità nascoste.
Gabriele Segre ci svela le verità nascoste sulla guerra all’Iran