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Fratelli musulmani, la frattura francese passa dall’Assemblea

Una risoluzione non vincolante accende lo scontro politico e mostra quanto il tema dell’islam politico resti un nervo scoperto della Repubblica.

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Fratelli musulmani, la frattura francese passa dall’Assemblea

La seduta è stata tesa, a tratti velenosa, e non poteva essere altrimenti perché il voto arrivato dall’Assemblée nationale tocca uno dei punti più sensibili del dibattito pubblico francese, quello che incrocia sicurezza, laicità e identità politica. Con 157 voti favorevoli e 101 contrari, l’Assemblea ha adottato una risoluzione che invita la Commissione europea ad avviare una procedura per inserire i Fratelli musulmani nella lista delle organizzazioni terroristiche, segnando una linea di frattura netta tra destra e campo governativo, da un lato, e l’intero arco della sinistra, dall’altro.

Il testo, presentato da Les Républicains, non ha valore vincolante, ma il suo peso politico è tutt’altro che marginale. La risoluzione arriva infatti in un contesto in cui il tema dell’islamismo politico è tornato al centro dell’agenda, anche alla luce dei rapporti e delle inchieste che negli ultimi anni hanno descritto la presenza capillare della galassia dei Fratelli musulmani in Europa, spesso attraverso reti associative, culturali e religiose che operano ai margini della legalità senza necessariamente infrangere in modo diretto le norme penali. È proprio questa zona grigia a rendere la questione tanto esplosiva quanto difficile da maneggiare.

Durante il dibattito, la maggioranza che ha sostenuto la risoluzione ha insistito sulla necessità di chiamare le cose con il loro nome e di affrontare un fenomeno che, a loro avviso, mina dall’interno i principi repubblicani, sfruttando le libertà democratiche per promuovere un progetto ideologico incompatibile con la laicità francese. Una posizione che trova sponde anche nel campo governativo, dove da tempo si lavora a strumenti giuridici per contrastare il separatismo islamista, pur mantenendo una distinzione formale tra fede religiosa e militanza politica.

La reazione della sinistra è stata compatta e durissima. Per gli ecologisti, per i socialisti e soprattutto per La France insoumise, il testo rappresenta un’operazione di corto respiro, utile più a marcare posizioni che a colpire realmente l’influenza dei Fratelli musulmani. L’ex ministra ed esponente ecologista Dominique Voynet ha parlato senza mezzi termini di una diversione opportunista che rischia di alimentare la stigmatizzazione di una parte dei cittadini francesi, senza produrre effetti concreti sul terreno della sicurezza. Ancora più esplicita LFI, che ha denunciato un atto definito islamofobo e accusato i promotori della risoluzione di mettere simbolicamente “una bersaglio sulla schiena” di tutti i musulmani.

Lo scontro, al di là delle parole, rivela una difficoltà strutturale della politica francese nel tenere insieme due esigenze che spesso entrano in conflitto. Da un lato c’è la volontà, condivisa da una parte consistente dell’opinione pubblica, di contrastare in modo più incisivo l’islam politico organizzato, percepito come una minaccia reale alla coesione sociale e alla sicurezza. Dall’altro persiste il timore che iniziative di questo tipo finiscano per confondere piani diversi, sovrapponendo una corrente ideologica specifica all’insieme dei cittadini musulmani, con il rischio di rafforzare proprio quelle dinamiche di vittimizzazione su cui prosperano i movimenti radicali.

Il fatto che la risoluzione chiami in causa direttamente la Commissione europea aggiunge un ulteriore livello di complessità. Inserire i Fratelli musulmani in una lista di organizzazioni terroristiche a livello europeo non è un passaggio tecnico, ma una scelta politica che avrebbe conseguenze giuridiche, diplomatiche e sociali rilevanti, e che richiederebbe prove e criteri condivisi tra Stati membri spesso divisi su come interpretare il fenomeno islamista.

In definitiva, il voto dell’Assemblea nazionale fotografa una Francia attraversata da linee di tensione profonde, dove la lotta contro l’islam politico si intreccia con identità, paure e calcoli elettorali. La risoluzione non cambia lo stato delle cose sul piano operativo, ma conferma che il terreno su cui si gioca questa partita resta instabile e che, al di là delle dichiarazioni di principio, il Paese non ha ancora trovato una sintesi convincente tra fermezza e inclusione.


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