L’8 ottobre, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che chiede al Consiglio dell’Unione europea di valutare l’inserimento di enti e persone collegati alla Fratellanza musulmana nella lista terroristica. La risoluzione, approvata con 381 voti favorevoli, segna una svolta storica nel contrasto all’islamismo radicale. La sinistra europea ha invece votato contro, comprese le delegazioni italiane di PD, Movimento 5 Stelle e AVS.
Céline Imart, eurodeputata del PPE e promotrice dell’iniziativa, parlando con i giornalisti ha esortato l’Unione a “chiudere le porte ai Fratelli musulmani in giacca e cravatta”, portando come esempio proprio FEMYSO, il Forum delle organizzazioni giovanili e studentesche musulmane d’Europa, del quale ci siamo già occupati su questo magazine, denunciandone le ambiguità e i presunti legami con la Fratellanza.
Le parole di Imart descrivono alla perfezione il significato della decisione: contrastare un islamismo radicale di cui la rete dei Fratelli musulmani rappresenta, in Europa, una delle espressioni più strutturate, capace di accreditarsi presso la politica e le istituzioni come interlocutore credibile e rassicurante, quando in realtà persegue l’obiettivo di instaurare il governo della sharia.
La risoluzione approvata chiede al Consiglio dell’Unione controlli su questa rete, sui meccanismi di finanziamento e sulle collaborazioni istituzionali. E chiede che tali controlli vengano effettuati attraverso un’indagine approfondita, estesa anche alle organizzazioni di facciata, alle strutture che rimangono sullo sfondo e a quelle che negano un’affiliazione formale, come fa FEMYSO e, spesso, anche altri soggetti (il motivo è semplice: ammettere l’appartenenza alla galassia dei Fratelli musulmani può risultare d’ostacolo alla loro attività di lobbying istituzionale e politico).
La risoluzione ha inoltre il pregio di circoscrivere il proprio raggio d’azione. Aver individuato una minaccia precisa, dandole un nome e un cognome (la Fratellanza), evita generalizzazioni tanto facili quanto controproducenti sull’intero mondo musulmano. Del resto, tra i paesi che hanno messo al bando i Fratelli musulmani o li hanno designati come organizzazione terroristica figurano diversi Stati arabi, come l’Egitto, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania, che ben ne conoscono la minaccia. Insomma, niente di islamofobico in questa decisione e, anzi, l’opposto della “caccia alle streghe” paventata, guarda caso, dalla presidente di FEMYSO, Hiba Latreche.
E in Italia cosa potrà accadere? UCOII, Giovani Musulmani d’Italia, Alleanza Islamica, Istituto Bayan e Associazione dei Palestinesi sono alcune delle sigle ritenute collegate alla Fratellanza da rapporti e studi internazionali, come quello israeliano del ministero della Diaspora e della lotta all’antisemitismo del 2026 o quello della Dokumentationsstelle Politischer Islam, il Centro austriaco di documentazione sull’islam politico, del 2021.
Se i collegamenti con la Fratellanza saranno confermati dopo le opportune verifiche, sarà difficile continuare a presentare come virtuosi esempi di inclusione e dialogo i numerosi rapporti che queste organizzazioni intrattengono con una parte delle istituzioni italiane: dal “tavolo per il dialogo con le confessioni religiose e le tradizioni spirituali” promosso dalla Regione Toscana, al quale partecipa l’UCOII (solo per citare uno dei tanti “tavoli” a cui l’UCOII partecipa), alle collaborazioni nel mondo accademico, come quella dichiarata dallo stesso Istituto Bayan con l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Il vento in Europa sta dunque finalmente cambiando? I segnali ci sono: il Parlamento europeo chiede di valutare l’inserimento delle reti della Fratellanza nella lista terroristica; l’Assemblée nationale francese ha già approvato una richiesta analoga il 22 gennaio 2026; in Italia sono all’esame tre proposte di legge contro il fondamentalismo religioso; l’Austria ha vietato i simboli della Fratellanza; le autorità tedesche ne denunciano da anni la strategia di penetrazione politica e sociale. Strumenti diversi, ma finalità convergenti.
Chi invece si è opposto a questo cambiamento di rotta ha confermato quanto profondamente subisca il fascino del vestito buono, quello in “giacca e cravatta”, che l’islamismo radicale sa indossare: l’ennesimo esempio di lungimiranza politica del fronte progressista, che ormai nemmeno più fa notizia.

