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Francia, il ritorno di un pericolo mai scomparso

Un attentato antisemita sventato nel nord del paese riapre una questione che l’Europa continua a sottovalutare mentre la minaccia si riorganizza sotto traccia

Daniele Scalise

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Francia, il ritorno di un pericolo mai scomparso

Nel Pas-de-Calais, a pochi chilometri dalla prigione di Longuenesse, due fratelli di origine italo-marocchina sono stati fermati prima che il loro progetto si trasformasse in un fatto di sangue, e ciò che emerge dall’inchiesta del Parquet national antiterroriste restituisce un quadro che inquieta proprio per la sua chiarezza, perché non lascia spazio a equivoci né a consolazioni. I due giovani, arrivati in Francia nel 2017 dopo un passaggio in Italia, avevano imboccato nelle settimane precedenti all’arresto una traiettoria di radicalizzazione rapida, segnata da contatti su canali criptati, dalla ricerca attiva di armi e dalla preparazione materiale di un’azione che gli inquirenti definiscono senza esitazioni come terroristica e antisemita.

Nel corso della custodia cautelare hanno ammesso di aver maturato l’intenzione di colpire sul territorio francese dopo aver constatato l’impossibilità di partire per il jihad in Siria o nei territori palestinesi, e la formula utilizzata, quel riferimento esplicito al martirio, chiarisce la dimensione ideologica dentro cui si colloca il loro progetto. Non si tratta di un gesto improvvisato né di una deriva individuale isolata, bensì dell’approdo di un processo che si alimenta attraverso circuiti digitali, appartenenze simboliche e una narrativa di guerra permanente che continua a esercitare un’attrazione potente anche su soggetti cresciuti in Europa.

Gli elementi sequestrati durante l’operazione confermano la concretezza del piano, perché accanto a una bandiera dello Stato islamico è stata trovata un’arma semi-automatica già carica, insieme a sostanze che possono essere utilizzate come precursori di esplosivi, mentre una video-dichiarazione di fedeltà registrata pochi giorni prima dell’arresto lascia intuire una volontà di passare all’azione in tempi brevi. Gli investigatori parlano apertamente di imminenza, una parola che in questo contesto pesa quanto una sentenza e che suggerisce come il margine tra prevenzione e tragedia sia stato ancora una volta sottilissimo.

Resta invece avvolto nel riserbo il bersaglio preciso dell’attacco, anche se il riferimento all’antisemitismo orienta con sufficiente chiarezza il campo delle possibili destinazioni, in un momento in cui le istituzioni ebraiche europee sono tornate a essere un obiettivo ricorrente. Nelle ultime settimane si sono registrati episodi che, pur non avendo provocato vittime, segnalano una pressione crescente, dall’ordigno collocato davanti a una sinagoga a Liegi fino all’esplosione davanti a una scuola ebraica ad Amsterdam, due segnali che si inseriscono in una sequenza più ampia e che delineano un clima di allerta diffusa.

Il dato che colpisce, osservando questi eventi nel loro insieme, riguarda la persistenza di un antisemitismo che si salda con la matrice jihadista e che trova nuovi canali di diffusione senza perdere la sua capacità di tradursi in violenza concreta. L’Europa dispone di strumenti di intelligence sempre più sofisticati e riesce, come in questo caso, a intervenire prima che l’attacco si realizzi, tuttavia continua a muoversi dentro una logica di emergenza che intercetta i singoli episodi senza riuscire a incidere sulle dinamiche profonde che li generano.

Il punto, allora, non riguarda soltanto la prevenzione operativa, che pure resta essenziale, ma la comprensione di un fenomeno che attraversa le società europee e che si nutre di fratture identitarie, marginalità e propaganda ideologica, riuscendo a produrre nuove adesioni in tempi sorprendentemente brevi. Finché questa dimensione continuerà a essere trattata come una somma di casi isolati, ogni attentato sventato rischierà di essere percepito come un successo completo, mentre in realtà rappresenta soltanto una battuta d’arresto dentro un processo che prosegue, adattandosi e cercando altri varchi.

La Francia, che da anni si confronta con questa minaccia in modo diretto, offre ancora una volta uno specchio nel quale il resto del continente dovrebbe guardarsi con maggiore lucidità, perché ciò che accade nel nord del paese non riguarda soltanto un territorio specifico, bensì un equilibrio più ampio che resta esposto a tensioni profonde e che non può essere stabilizzato soltanto attraverso interventi di sicurezza, per quanto efficaci.


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