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Firenze, il pallone e il tribunale morale

Sull’arrivo di Manor Solomon alla Fiorentina scoppia una contestazione.

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 3 min
Firenze, il pallone e il tribunale morale

L’arrivo a Firenze di Manor Solomon, primo acquisto invernale della Fiorentina, avrebbe dovuto essere una ordinaria notizia di mercato calcistico: un esterno offensivo di qualità, preso in prestito dal Tottenham Hotspur con diritto di riscatto, chiamato a colmare un vuoto tecnico evidente nella rosa viola. Così non è stato. A Firenze, il pallone è durato lo spazio di un titolo e subito dopo è iniziato il processo.

Solomon arriva con un curriculum noto: talento precoce, buone stagioni in Inghilterra, una carriera frenata da infortuni seri, una parentesi opaca al Villarreal, e ora la scommessa italiana. Ma a catalizzare l’attenzione non sono state le sue caratteristiche tecniche, né il ruolo che potrebbe ritagliarsi nello scacchiere di Vanoli. Il punto è un altro: le sue prese di posizione pubbliche sul conflitto a Gaza, espresse sui social nei mesi scorsi, in linea con la difesa del proprio Paese e del suo governo. Tanto è bastato.

Sotto il post ufficiale con cui la Fiorentina annunciava l’arrivo del giocatore sono comparsi decine di commenti ostili, slogan, bandiere palestinesi, inviti più o meno espliciti a considerarlo persona non gradita. Nulla di nuovo, verrebbe da dire, nell’epoca in cui i social funzionano come piazze permanenti di indignazione. Ma la vicenda ha fatto un salto di qualità quando la contestazione è uscita dal recinto virtuale ed è entrata nella politica istituzionale.

A farlo è stato Jacopo Madau, assessore e dirigente di Sinistra Italiana, che sui propri canali ha scritto parole nette: Solomon non sarebbe “benvenuto” a Firenze perché colpevole, a suo giudizio, di aver sostenuto politiche “genocidarie”. Non una critica sportiva, non una valutazione etica astratta, ma una vera e propria scomunica civile rivolta a un calciatore in quanto cittadino israeliano che non ha mai rinnegato le posizioni del suo governo.

È qui che la vicenda smette definitivamente di parlare di calcio e inizia a raccontare altro. Racconta di una città e di un Paese in cui l’appartenenza nazionale e le opinioni politiche diventano criteri di ammissibilità nello spazio pubblico, purché il bersaglio sia quello giusto. Racconta di un moralismo selettivo che si accanisce su un atleta per ciò che pensa – o per ciò che si presume pensi – mentre altrove chiude entrambi gli occhi. Racconta, soprattutto, di una confusione deliberata tra responsabilità individuale e colpa collettiva.

Solomon non è un ministro, non è un generale, non è un decisore politico. È un calciatore che arriva a Firenze per giocare a calcio. Pretendere da lui abiure preventive, certificati di purezza o prese di distanza rituali significa trasformare il campo sportivo in un’estensione del conflitto ideologico globale. E farlo da una posizione istituzionale, invocando il “non sei il benvenuto”, suona come qualcosa di più di un’opinione personale, ma piuttosto come messaggio minaccioso.

E comunque indecente, perché normalizza l’idea che l’accoglienza, la cittadinanza simbolica, perfino il diritto a rappresentare una città dipendano dall’allineamento politico. Oggi tocca a un israeliano. Domani, a chi? In nome di quale causa, di quale emergenza morale permanente?

A Firenze, che ama raccontarsi come culla dell’umanesimo, qualcuno si scopre improvvisamente comqe giudice di un alto tribunale. E il calcio, ancora una volta, diventa solo il pretesto.


Firenze, il pallone e il tribunale morale
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