Nel Regno Unito si sta aprendo una partita che va ben oltre il perimetro del diritto penale e investe direttamente il rapporto fra Stato, religioni e libertà fondamentali. La Crown Prosecution Service sta infatti preparando una nuova linea guida destinata ai procuratori locali nella quale la circoncisione maschile viene qualificata come una possibile forma di abuso sui minori, con la conseguenza di poter rientrare tra i comportamenti penalmente rilevanti. Non si tratta, almeno per ora, di una legge, ma di un orientamento interpretativo che, se confermato, cambierebbe radicalmente il modo in cui tribunali e procure guardano a una pratica che per ebrei e musulmani non è un’opzione culturale, bensì un precetto religioso identitario.
La bozza, anticipata dal The Guardian, inserisce la circoncisione in un elenco di pratiche potenzialmente abusive che comprende anche i matrimoni forzati e gli esorcismi. Il testo riconosce che, a differenza delle mutilazioni genitali femminili, non esiste nel diritto britannico un reato specifico che vieti la circoncisione maschile, ma aggiunge che, se eseguita in modo improprio o in contesti non adeguati, essa può configurare un’offesa alla persona e quindi una forma di abuso. Il punto critico è proprio questo slittamento semantico e giuridico, perché apre la strada a un’interpretazione estensiva che potrebbe colpire non solo casi di negligenza o imperizia, ma il rito in quanto tale.
La motivazione ufficiale addotta dalla CPS nasce da una serie di segnalazioni provenienti da inchieste giudiziarie e da uffici di medicina legale, che negli ultimi anni hanno registrato episodi gravi legati a circoncisioni praticate fuori da contesti sanitari regolamentati. Dal 2001 sarebbero almeno sette i decessi di minori nei quali la circoncisione ha avuto un ruolo determinante, tre dei quali riguardano neonati morti per emorragia. Numeri che impongono una riflessione seria sui controlli, sulla formazione di chi esegue l’intervento e sulla tutela dei bambini, ma che difficilmente giustificano, da soli, la ridefinizione di un intero rito religioso come sospetto di abuso.
Non a caso la reazione delle comunità ebraiche e musulmane è stata immediata e durissima. Jonathan Arkush, già presidente del Board of Deputies of British Jews e co-presidente di Milah UK, ha definito la formulazione della bozza sbagliata e fuorviante, perché suggerisce che la circoncisione sia di per sé una pratica dannosa. Arkush ha ricordato che qualsiasi procedura eseguita senza competenza o senza adeguate garanzie può provocare danni seri, compresa una pratica comune come il piercing alle orecchie di un minore, ma che questo non porta a criminalizzare l’atto in sé. Il timore, espresso apertamente, è che un linguaggio impreciso produca un effetto di stigmatizzazione e incoraggi iniziative giudiziarie basate più su un clima ideologico che su valutazioni concrete di rischio.
Sul fondo resta una domanda politica che Londra non può eludere. Fino a che punto uno Stato liberale può spingersi nel regolamentare o scoraggiare pratiche religiose senza scivolare in una forma di intervento paternalistico che colpisce in modo sproporzionato minoranze specifiche. In un Paese che rivendica una lunga tradizione di pluralismo e di tutela delle libertà di culto, l’idea che un rito centrale dell’ebraismo e dell’islam venga accostato, anche solo sul piano concettuale, a pratiche coercitive o violente suona come un campanello d’allarme. Se la bozza della CPS dovesse restare invariata, il rischio non sarebbe soltanto giuridico, ma simbolico, perché segnerebbe un passaggio delicato nella relazione fra lo Stato britannico e due delle sue comunità storiche più radicate.
Fine della circoncisione nel Regno Unito?
Fine della circoncisione nel Regno Unito?

