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Il Punto. Filippine, l’arcipelago in bilico tra Washington e Pechino

Manila ridefinisce il proprio ruolo tra sicurezza, religione e geopolitica, con implicazioni che arrivano fino a Israele e al mondo islamico

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Il Punto. Filippine, l’arcipelago in bilico tra Washington e Pechino

Considerate un arcipelago strategico nel Pacifico, le Filippine sono uno dei luoghi in cui si intrecciano in modo sorprendentemente visibile le tensioni del mondo contemporaneo, tra competizione tra grandi potenze, identità religiosa e sicurezza regionale, in un equilibrio che riguarda da vicino anche l’Occidente e, per riflesso, Israele.

La posizione geografica è il primo dato da cui partire. Le Filippine si trovano lungo una delle linee di frizione più delicate dell’Asia, a ridosso del Mar Cinese Meridionale, dove la Cina sta progressivamente consolidando la propria presenza attraverso rivendicazioni territoriali, basi e pressione militare. Manila, negli ultimi anni, ha oscillato tra tentativi di accomodamento e una crescente consapevolezza del rischio rappresentato dall’espansionismo cinese, fino a rafforzare nuovamente il legame con gli Stati Uniti.

Questo ritorno verso Washington non è soltanto una scelta di sicurezza, è una presa di posizione più ampia. Le Filippine rappresentano uno dei pochi paesi asiatici con una forte tradizione di vicinanza culturale e politica all’Occidente, eredità della lunga presenza americana, e oggi si trovano a svolgere un ruolo di cerniera tra il mondo occidentale e l’Indo-Pacifico. Le basi militari concesse agli Stati Uniti, le esercitazioni congiunte e la cooperazione strategica indicano una direzione chiara: contenere la pressione cinese senza rinunciare a margini di autonomia.
Sul piano interno, il paese presenta una complessità spesso sottovalutata. La maggioranza della popolazione è cattolica, un unicum nella regione, ma nel sud, in particolare a Mindanao, è presente una significativa minoranza musulmana che ha vissuto per decenni tensioni, conflitti e spinte separatiste. Negli ultimi anni, accordi politici hanno ridotto l’intensità dello scontro, ma la dimensione religiosa resta un elemento chiave per comprendere la stabilità del paese.

È proprio qui che le Filippine entrano in relazione indiretta con il mondo islamico globale. I gruppi jihadisti che hanno operato nella regione, pur senza raggiungere la forza di quelli mediorientali, hanno cercato di inserirsi in un contesto locale fragile, trasformando alcune aree del sud in potenziali nodi di una rete più ampia. Manila ha reagito con operazioni militari e con tentativi di integrazione politica, in una strategia che combina sicurezza e compromesso.

Il rapporto con Israele si inserisce in questo quadro in modo meno evidente ma significativo. Le Filippine intrattengono relazioni positive con Israele, sia sul piano diplomatico sia su quello della cooperazione tecnologica e della sicurezza. L’esperienza israeliana nella gestione delle minacce asimmetriche e nella difesa del territorio rappresenta un punto di riferimento per un paese che si confronta, su scala diversa, con problemi analoghi. Allo stesso tempo, la presenza di una componente musulmana interna impone a Manila un equilibrio che evita schieramenti troppo netti sul piano simbolico.

Dal punto di vista economico, le Filippine sono una realtà in crescita, con una popolazione giovane e un settore dei servizi dinamico, ma restano esposte a fragilità strutturali, disuguaglianze e dipendenza da flussi esterni, inclusi quelli delle rimesse. Questa condizione rende il paese particolarmente sensibile alle dinamiche globali, dalla stabilità delle rotte commerciali alle tensioni tra Stati Uniti e Cina.

Nel quadro internazionale, Manila non è un attore dominante, ma è un attore necessario. La sua collocazione geografica e politica la rende parte integrante della strategia occidentale nell’Indo-Pacifico, mentre la sua realtà interna la collega, per certi aspetti, al mondo islamico. Questa doppia appartenenza, più implicita che dichiarata, è ciò che rende le Filippine un caso interessante: un paese che non può permettersi semplificazioni e che deve continuamente negoziare la propria posizione.

Guardare alle Filippine oggi significa osservare un laboratorio in cui si riflettono tensioni più ampie, dalla competizione tra grandi potenze alla gestione delle identità religiose, fino al rapporto tra sicurezza e sviluppo. Non è un fronte centrale come Taiwan o l’Ucraina, ma è uno di quei luoghi in cui si preparano gli equilibri di domani, spesso lontano dai riflettori ma non per questo meno decisivo.

Il punto, in fondo, riguarda la capacità di un paese come le Filippine di restare dentro l’orbita occidentale senza diventare un semplice avamposto, di gestire le proprie fratture interne senza trasformarle in linee di scontro permanenti e di muoversi in un contesto globale sempre più competitivo senza perdere la propria autonomia. In questo equilibrio, fragile ma necessario, si gioca una parte non secondaria del futuro della regione e dei rapporti tra Occidente, Asia e mondo islamico.


Filippine, l’arcipelago in bilico tra Washington e Pechino