Contraddizioni in seno al popolo. La pletora dei sindacati di base ha festeggiato l’8 marzo con uno sciopero generale il giorno successivo. Mia figlia ha dovuto prendere un permesso dal lavoro perché i miei nipoti a scuola, a causa dello sciopero, non avevano la mensa. I sindacati avevano raccolto l’invito dell’associazione “Non una di meno”, che il giorno precedente aveva promosso delle manifestazioni in diverse città italiane.
“Non una di meno” è un movimento femminista socio-politico che si batte contro la violenza di genere, il patriarcato, il maschilismo, il machismo e il sessismo tramite scioperi, manifestazioni e mobilitazioni non violente. Per non farsi smentire, le iniziative dell’8 marzo non dovevano avere il carattere della celebrazione rituale e retorica, ma costituire una giornata di lotta con tanto di cortei, striscioni, slogan e comizi. Erano invitati anche i partiti a condizione che la loro partecipazione fosse connotata da propaganda femminista secondo le tematiche portate avanti dall’associazione promotrice.
Il grido “Non una di meno” pretende di esprimere la volontà collettiva di fermare l’uccisione delle donne e di rivendicarne l’autodeterminazione. Il concetto è più o meno lo stesso del grillismo d’antan: “uno vale uno”. Un concetto che è stato dismesso dalla politica, ma che per quanto riguarda la sicurezza e la vita delle donne non fa una grinza.
Purtroppo però da tempo anche nei movimenti femministi ci sono persone “meno uguali” delle altre. Donne a cui è impedito di protestare contro la violenza che hanno subito perché è stata opera di uomini intoccabili per la loro etnia o per il loro impegno politico nel perseguimento di obiettivi che ammettono anche i mezzi più torbidi per la loro realizzazione.
Ne sanno qualcosa le donne ebree, che non hanno mai avuto nelle manifestazioni femministe uno spazio di solidarietà per le violenze subite dalle donne e dai bambini israeliani il 7 ottobre. Non c’era posto per loro nelle manifestazioni; nonostante fossero cittadine italiane venivano allontanate dalle folle del femminismo militante, che invece si mostravano molto accoglienti con le donne palestinesi e ancor più comprensive del trattamento riservato loro dai patriarchi delle rispettive comunità.
Ci sono state persino associazioni di omosessuali e transessuali che hanno espressamente ritenuto tanto importante la causa della Palestina da mettere da parte il trattamento a cui venivano sottoposti quanti avevano le loro stesse attitudini. Siamo stati sommersi dal garrire delle bandiere palestinesi (le stesse sbandierate da Hamas con il medesimo tessuto usato per cucire mutande e sospensori “solidali”).
Col passare dei mesi abbiamo capito l’antifona e ci siamo dati una spiegazione: anche tra una parte delle femministe era esploso il virus dell’antisemitismo, seppur mistificato dalla critica al sionismo, un’espressione politica estrapolata dalla storia e adattata al solo fatto di difendere l’esistenza di Israele.
Ma non c’è limite al peggio. Dalle manifestazioni di “Non una di meno” dell’8 marzo sono state invitate a farsi da parte anche le donne iraniane con le loro bandiere e striscioni al grido di “fuori la guerra”. In sostanza, le donne iraniane sono accusate di aver condiviso l’operazione israelo-americana contro il regime teocratico degli ayatollah.
Piuttosto che riconoscere il ruolo dei due capi di Stato, considerati il “male assoluto”, le donne iraniane avrebbero dovuto continuare a subire persecuzioni, torture, violenze e sottomissione, in famiglia e nella società, senza rendersi disponibili, con le loro proteste, a fornire giustificazioni alle violazioni del diritto internazionale attribuite all’alleanza tra Stati Uniti e Israele.
Ormai è diventato normale compiacersi della caduta del regime, salvo mettere subito avanti le mani per dissentire dall’uso delle armi e delle bombe sulla base di una dottrina per cui “non si conquista la democrazia con le bombe”. Come se in Europa il nazifascismo fosse stato vinto con la diplomazia.
A sostegno della dottrina del primato dell’appeasement si portano i casi dell’Iraq e dell’Afghanistan. L’Iraq è pur sempre, sulla base della Costituzione del 2005, uno Stato federale e una Repubblica a regime parlamentare. L’Afghanistan ha vissuto una ventina di anni di progressi: le donne potevano studiare e lavorare. Sarebbe stato sufficiente lasciare un contingente militare alleato – magari spostandolo dalla nullafacenza in Medio Oriente – per preservare quell’esile processo di normalizzazione.
Ma Trump, durante il suo primo mandato, creò le condizioni perché Biden se la desse a gambe in modo vergognoso. Certamente, seppure in situazioni difficili per tanti motivi, in quei casi risultò possibile esportare la democrazia con le bombe, salvo vederla sfumare quando si smise di usare le armi.
L’Ucraina ha capito la lezione. E le armi se le tiene, anche se alle femministe nostrane della sorte delle donne ucraine non gliene può fregar di meno.
Femminismo selettivo