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Fabbriche di farmaci sotto la pelle

Al Technion una ricerca israeliana apre la strada a cure prodotte direttamente nel corpo, usando batteri innocui.

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Fabbriche di farmaci sotto la pelle

L’idea è semplice solo in apparenza, e proprio per questo destabilizzante. E se i farmaci non dovessero più essere prodotti in stabilimenti industriali, confezionati, trasportati e poi introdotti nel corpo, ma fabbricati direttamente lì dove servono, nel punto esatto in cui agiscono? È la strada imboccata da un gruppo di ricercatori israeliani del Technion – centro di eccellenza riconosciuto in tutto il mondo, piaccia o non piaccia ai propal -, che ha sviluppato un metodo sperimentale per trasformare batteri vivi e innocui in micro-fabbriche capaci di produrre medicine all’interno dell’organismo.

Lo studio, condotto su modelli murini, e cioè sui topi, e pubblicato su una rivista scientifica con revisione paritaria, descrive un sistema che utilizza ceppi batterici non patogeni, inseriti nell’organismo tramite cerotti a microaghi. Una volta in posizione, i batteri iniziano a sintetizzare proteine terapeutiche già pronte all’uso, rilasciandole localmente, senza passare dal circuito digestivo o dal flusso sistemico del sangue.
A guidare la ricerca è il professor Boaz Mizrahi, che lavora nel laboratorio di biomateriali della Facoltà di Biotecnologie e Ingegneria Alimentare. Mizrahi lo spiega con chiarezza: siamo abituati a pensare ai farmaci come a oggetti esterni al corpo, prodotti altrove e poi consegnati sotto forma di pillole o iniezioni. Qui il paradigma cambia perché il corpo diventa parte attiva del processo produttivo.

Il nodo scientifico riguarda soprattutto le proteine, che sono alla base di moltissimi farmaci moderni. L’insulina per il diabete, alcuni ormoni utilizzati nelle patologie renali, anticorpi terapeutici e fattori di crescita sono tutti esempi di medicinali proteici. Il problema è che le proteine sono strutture fragili, la cui efficacia dipende dalla loro configurazione. Se ingerite, vengono degradate dallo stomaco come qualsiasi altro nutriente. Per questo devono essere iniettate, con limiti evidenti in termini di frequenza, precisione e qualità della distribuzione.

La soluzione proposta dal team israeliano aggira l’ostacolo alla radice. Invece di proteggere la proteina durante il viaggio nel corpo, la si produce direttamente nel luogo d’azione, nelle condizioni ottimali perché mantenga la sua forma funzionale. I batteri, opportunamente ingegnerizzati, fanno ciò che la natura ha insegnato loro a fare da miliardi di anni: sintetizzare e secernere molecole complesse.

Il lavoro si inserisce in un filone di ricerca più ampio, quello delle terapie batteriche ingegnerizzate, che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione di laboratori in tutto il mondo. L’idea di utilizzare microrganismi modificati per veicolare cure non è nuova, soprattutto in ambito oncologico o nelle malattie infiammatorie croniche dell’intestino. La novità, in questo caso, sta nella combinazione tra batteri vivi e un sistema di somministrazione estremamente localizzato, come il cerotto a microaghi, già sperimentato dallo stesso gruppo in studi precedenti.

Il risultato è una piattaforma che, almeno in prospettiva, potrebbe essere applicata a una vasta gamma di patologie. I ricercatori parlano di ustioni gravi, ferite di guerra, lesioni diabetiche difficili da cicatrizzare e malattie infiammatorie della pelle come la psoriasi. Tutti contesti in cui la produzione continua e mirata di proteine terapeutiche potrebbe fare la differenza rispetto ai trattamenti tradizionali.

Lo studio, apparso su Advanced Healthcare Materials, è stato co-diretto dalla dottoranda Caroline Hali Alperovitz e sostenuto dalla Israel Science Foundation e dal Russell Berrie Nanotechnology Institute. Per ora non ci sono test sull’uomo, e i ricercatori mantengono una cautela comprensibile. I passaggi regolatori saranno lunghi e complessi, come sempre quando si parla di terapie vive.

Eppure il punto non è solo clinico. Se questo approccio dovesse funzionare anche nell’uomo, si aprirebbe una riflessione più ampia su come pensiamo la medicina. Non più soltanto farmaci da assumere, ma sistemi biologici da attivare. Non solo cura come somministrazione, ma come processo che avviene dall’interno. È una linea di ricerca che nasce in laboratorio, ma che ha il potenziale per spostare confini concettuali prima ancora che terapeutici.