Home > Scale Mobili > ⌥ Eurovision, la vittoria di “Sapore di noia, sapore di soia”

⌥ Eurovision, la vittoria di “Sapore di noia, sapore di soia”

Tempo di Lettura: 4 min



C’è qualcosa di commovente, quasi epico, nell’impegno civile dei nostri grandi artisti quando decidono di non andare all’Eurovision. Un gesto forte. Radicale. Rischiosissimo. Di quelli che cambiano il corso della storia e fanno tremare i palinsesti. Un “no” detto col cuore, ma soprattutto col comunicato stampa ben impaginato, corredato da citazioni morali e da quell’aria severa che si assume davanti allo specchio prima di uscire di casa: pancia in dentro, petto in fuori, luce giusta.

La protesta contro la presenza di Israele all’Eurovision è infatti una di quelle battaglie destinate a essere raccontate ai nipoti, possibilmente mentre il nonno accarezza la sua vecchia chitarra e sospira: “Io c’ero. Io non andai”. E loro, gli occhi lucidi, a chiedere: “Nonno, ma avevi paura?”. Sì, certo. Paura di cantare. Paura di stonare. Paura, soprattutto, di essere confusi con quelli che cantano davvero.

Il bello è che questa resistenza eroica si consuma sempre in un luogo sicuro, imbottito, privo di qualsiasi rischio reale. Nessuno sciopero, nessuna rinuncia concreta, nessuna perdita vera. Al massimo, una mancata ospitata e una standing ovation virtuale sui social, che oggi è l’equivalente morale della medaglia al valor civile. Il fronte è Instagram, la trincea è una story, il sacrificio supremo è un post con sfondo nero e frase grave.

E mentre l’eroismo si consuma così, tra una call con l’ufficio stampa e un caffè di soia, l’Eurovision diventa il nuovo Vietnam morale: lontano, confuso, perfetto per esercitare l’indignazione senza sporcarsi le mani. Israele lì dentro è il bersaglio ideale: abbastanza visibile da garantire visibilità, abbastanza demonizzato da non richiedere troppe spiegazioni. Non serve capire, basta schierarsi. Non serve conoscere, basta dichiarare.

Il tutto condito da un linguaggio che mescola senso civico e un vago cinismo da varietà anni Settanta: mi si nota più se vado o se non vado? Meglio non andare. Fa più rumore. Fa più bene all’anima. E soprattutto non espone al rischio peggiore di tutti: cantare una canzone davanti a milioni di persone senza poterla trasformare in un manifesto.

Così il palco dell’Eurovision, che nasce come una fiera del kitsch europeo, viene trasformato in un tribunale morale improvvisato, dove l’importante non è la coerenza ma l’intonazione etica. Stonata, spesso. Ma gridata forte. E se qualcuno prova a far notare che forse il boicottaggio selettivo, sempre sugli stessi, suona un filo sospetto, arriva subito la replica standard: “Non è politica”. Certo. È solo coscienza. Una coscienza molto ben allineata con l’aria che tira.

Il risultato è un varietà avariato, appunto. Un vecchio programma del sabato sera, rifatto male, dove al posto delle soubrette ci sono rapper lamentosi, e al posto dell’orchestra c’è il coro degli indignati a orologeria. Tutto previsto, tutto già visto. Cambiano i nomi, non cambia la musica. O forse sì: peggiora.

Ed è lì che, senza volerlo, ci assale una nostalgia imbarazzante. Una voglia improvvisa di silenzio, di melodie che non pretendano di salvarci l’anima a colpi di slogan. Meglio tornare a “Sapore di sale”, a “Tintarella di luna”, a quelle canzoni leggere che non volevano insegnarci nulla e proprio per questo dicevano molto di più. Canzoni che non chiedevano di scegliere da che parte stare, ma solo di ascoltare.

Perché alla fine questa non è una ribellione. È una posa. Una posa ben studiata, ben fotografata, ben condivisa. Una protesta che non disturba nessuno, se non chi osa ricordare che il coraggio vero di solito costa qualcosa, mentre questo costa solo un po’ di noia.

E così, anche quest’anno, l’Eurovision passa. Israele resta. Gli artisti protestano. I comunicati fioccano. E noi, spettatori stanchi, cambiamo canale, rimettiamo un vecchio vinile e ci diciamo che sì, forse eravamo ingenui, ma almeno allora si cantava per cantare. Non per farsi notare mentre non si va.


Eurovision, la vittoria di “Sapore di noia, sapore di soia” Eurovision, la vittoria di “Sapore di noia, sapore di soia” /span>