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Eurovision, la Spagna alza il livello dello scontro

Madrid vuole cambiare le regole dell’EBU per escludere i Paesi in guerra, l’Italia si divide e Israele prepara “Michelle”

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 4 min
Eurovision, la Spagna alza il livello dello scontro

L’Eurovision Song Contest, che da quasi settant’anni si presenta come spazio di intrattenimento continentale capace di superare frontiere e tensioni politiche, si ritrova ancora una volta al centro di un braccio di ferro che con la musica ha poco a che fare. L’iniziativa partita da Madrid segna un salto di qualità nella pressione diplomatica contro la partecipazione di Israele all’edizione 2026, prevista a Vienna, e apre un fronte istituzionale all’interno dell’Unione europea di radiodiffusione che rischia di cambiare gli equilibri del concorso.

Il presidente di RTVE, José Pablo López, ha formalizzato la richiesta di avviare una revisione dello statuto dell’EBU con l’obiettivo di introdurre criteri più stringenti sulla partecipazione dei Paesi coinvolti in conflitti armati attivi. L’argomento ufficiale insiste sulla necessità di evitare che il palco europeo venga utilizzato come strumento di legittimazione politica o come cassa di risonanza di governi impegnati in operazioni militari. La proposta, tuttavia, nasce in un contesto in cui il bersaglio è evidente e porta il nome di Israele, la cui presenza era già stata oggetto di contestazioni nelle ultime edizioni.

Il dibattito non riguarda soltanto Madrid. Paesi Bassi, Irlanda, Slovenia e Islanda hanno annunciato il ritiro dall’edizione imminente, scelta che per ora si configura come gesto politico simbolico, ma che potrebbe trasformarsi in sostegno attivo alla linea spagnola se l’EBU aprisse davvero il dossier regolamentare. L’organizzazione, che negli anni ha sempre difeso il principio della neutralità e dell’autonomia rispetto ai governi, si trova davanti a una pressione coordinata che mira a ridefinire la natura stessa della competizione.

Nel frattempo, l’Italia vive una stagione di tensione parallela. Al Festival di Sanremo, tradizionale porta d’accesso all’Eurovision, alcuni artisti hanno dichiarato che rinuncerebbero alla rappresentanza qualora Israele fosse ammesso alla gara. Eddie Brook, Raf e Levante hanno esplicitato questa intenzione, e quest’ultima ha collegato direttamente la propria eventuale rinuncia alla presenza israeliana. Il clima che si respira tra palco e retroscena testimonia come il concorso, pur essendo formalmente un evento culturale, venga ormai percepito come terreno di confronto politico, nel quale le scelte individuali diventano dichiarazioni di principio.

Da Tel Aviv la risposta non passa attraverso comunicati polemici, bensì attraverso la preparazione della canzone che Noam Baten presenterà il 5 marzo su Kan 11. “Michelle”, brano in francese, inglese ed ebraico firmato da Tzlil Klifi, Nadav Aharoni e Yuval Rafael, è circondato da aspettative elevate, anche se le classifiche delle scommesse registrano un arretramento di Israele rispetto alle settimane precedenti. Finlandia, Grecia, Danimarca e Svezia guidano al momento le previsioni, mentre Vienna si prepara ad accogliere un’edizione che promette di essere segnata da contestazioni e riflessioni sul ruolo pubblico dell’evento.

L’EBU ha già affrontato casi delicati in passato, compresa l’esclusione della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, decisione che venne giustificata come incompatibile con i valori dell’organizzazione. La differenza, oggi, sta nel tentativo di trasformare una scelta straordinaria in principio generale, introducendo criteri permanenti legati allo stato di conflitto di un Paese. Una simile modifica comporterebbe valutazioni politiche complesse e aprirebbe la porta a interpretazioni divergenti, perché in un continente attraversato da tensioni latenti stabilire chi sia coinvolto in un conflitto e in quale misura non è operazione neutra.

L’Eurovision si trova così sospeso tra la vocazione a unire e la pressione a prendere posizione. La Spagna ha deciso di forzare il confronto e di farlo su un piano regolamentare, consapevole che una modifica dello statuto inciderebbe in modo duraturo sulla fisionomia del concorso. La risposta dell’EBU dirà se l’evento continuerà a difendere la propria autonomia culturale oppure se accetterà di ridefinire i propri criteri sotto la spinta di una stagione politica che fatica a lasciare spazio alla sola musica.


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