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Eurovision 2026, Israele sotto tiro

La scelta di Noam Bettan riapre la frattura tra musica e politica, mentre l’ostilità verso Israele diventa parte integrante dello spettacolo.

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Eurovision 2026, Israele sotto tiro

Quando Israele ha annunciato che sarà Noam Bettan a rappresentare il Paese all’Eurovision Song Contest 2026 di Vienna, la reazione internazionale non si è fatta attendere. Non sotto forma di discussione musicale, come ci si aspetterebbe da una competizione canora, ma come un’ondata di accuse, insulti e delegittimazioni che hanno avuto ben poco a che fare con la voce, lo stile o il repertorio del cantante ventisettenne di Ra’anana. Ancora una volta, l’Eurovision si conferma uno dei pochi luoghi in cui Israele viene giudicato non per ciò che porta sul palco, ma per ciò che è.

Bettan, nato in Israele da genitori immigrati dalla Francia, ha vinto il talent “Hakochav Haba” (‘La prossima stella’) in un clima già carico di tensione, perché fino a poche settimane prima non era affatto scontato che Israele potesse partecipare alla competizione. La pressione su organizzatori e televisioni pubbliche europee è stata forte, alimentata da artisti e attivisti che chiedevano l’esclusione del Paese a causa della guerra contro Hamas a Gaza. La decisione dell’European Broadcasting Union di non espellere Israele ha provocato boicottaggi annunciati da alcune emittenti e un rumore di fondo che accompagna ormai stabilmente ogni edizione.

In questo contesto, Bettan non ha nascosto di essere consapevole del clima che lo attende. Ha parlato apertamente di una sorta di ingresso nella fossa dei leoni, evocando le contestazioni, i fischi e le bandiere palestinesi che hanno accompagnato i rappresentanti israeliani nelle ultime edizioni. Non è un’esagerazione retorica, ma un dato di fatto corroborato dall’esperienza recente di Eden Golan e Yuval Raphael, accolti tra proteste e minacce, ma anche sostenuti da un voto popolare massiccio che ha premiato Israele nonostante tutto.

La novità, semmai, è la velocità con cui l’ostilità si è spostata dalla politica alla persona. Sui social e nei commenti dei media internazionali, Bettan è stato definito “assassino”, colpevole non di una canzone, ma di aver svolto il servizio militare nelle IDF, come accade alla stragrande maggioranza dei cittadini israeliani. Altri hanno messo in discussione persino la sua identità, sostenendo che non sarebbe “veramente israeliano” perché figlio di immigrati francesi, come se l’Eurovision dovesse trasformarsi in un tribunale etnico prima ancora che musicale.

Il paradosso è che Bettan non è un prodotto costruito per l’occasione. Ha una carriera già avviata, un album all’attivo, un percorso televisivo precedente e una sensibilità musicale che attinge anche alla lingua francese, parlata in famiglia fin dall’infanzia. Non è escluso che il brano scelto dall’emittente pubblica israeliana Kan includa proprio elementi francofoni, in linea con una tradizione eurovisiva che premia l’ibridazione culturale. Ma anche questo dettaglio rischia di passare in secondo piano, sommerso dal rumore politico.

Intanto, i bookmaker collocano Israele in testa alle prime previsioni, ipotizzando un nuovo voto compatto del pubblico europeo e internazionale a favore del cantante israeliano. Un’ipotesi che mette in imbarazzo le giurie professionali, tradizionalmente più caute quando si tratta di evitare che la vittoria di Israele comporti l’organizzazione dell’edizione successiva in un Paese sotto costante contestazione politica. È un equilibrio sempre più fragile, che trasforma la competizione in una partita a scacchi tra voto popolare, giurie e pressioni esterne.

In fondo, la domanda che aleggia su Vienna 2026 è la stessa che accompagna l’Eurovision da alcuni anni: si può ancora fingere che sia solo musica? La vicenda di Noam Bettan suggerisce che la risposta sia ormai negativa. Israele arriva all’Eurovision sapendo che ogni nota sarà filtrata attraverso un giudizio politico, ogni parola interpretata come una dichiarazione, ogni silenzio come una colpa. Eppure continua a partecipare, forse proprio per questo, rivendicando il diritto di salire su un palco che, almeno in teoria, dovrebbe appartenere alla musica e non ai tribunali ideologici del nostro tempo.


Eurovision 2026, Israele sotto tiro
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