Sánchez chiude i cieli agli Stati Uniti e parla di “guerra illegale”, dichiarazione ultimativa che secondo quel signore è destinata a spostare l’asse del mondo ma che è, semmai, ilriflesso perfetto di un continente che ha smesso di incidere ma continua a giudicare. A Madrid si alza il tono, si invoca il diritto internazionale, si segnano confini simbolici mentre altrove si combatte davvero, si colpiscono obiettivi, si decidono equilibri.
La posizione spagnola può anche avere una sua logica politica interna ma il vero problema è l’illusione europea di poter trasformare la realtà con le parole. Chiudere i cieli non cambia la guerra, ma al massimo la percezione di sé. È un gesto rassicurante, che costruisce una superiorità morale a basso costo, mentre il prezzo vero lo pagano altri.
Intanto il conflitto si allarga, si sposta sulle rotte energetiche, sulle infrastrutture, sugli equilibri globali. E l’Europa resta lì, sospesa tra dichiarazioni e simboli, convinta che basti dire “illegale” per fermare ciò che non controlla più.
È il nuovo ruolo che ha scelto il Vecchio continente, e cioè quello da spettatore indignato. Una potenza che parla molto, pesa poco e si consola con le parole. Intanto il mondo, senza chiedere permesso, va da un’altra parte.
Europa a terra, morale in volo
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