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Erfan Soltani, il volto che ha rotto il silenzio

Dalle università alle piazze, il percorso di un attivista che ha saputo dare forma politica a una protesta diffusa, mettendo in difficoltà il potere iraniano senza rifugiarsi negli slogan

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 3 min
Erfan Soltani, il volto che ha rotto il silenzio

Quando si prova a capire chi sia davvero Erfan Soltani, conviene partire da ciò che non è. E quindi diciamo subito che Soltani non è un capo carismatico costruito a tavolino, non è un dissidente di professione cresciuto nella diaspora iraniana, né l’ennesima icona spendibile sui social occidentali per qualche settimana. Soltani emerge piuttosto come il prodotto imperfetto e ostinato di una società che da anni cerca una via d’uscita da un sistema bloccato, e che lo fa mescolando rabbia, lucidità politica e una sorprendente capacità organizzativa.

Nato all’inizio degli anni Novanta in una famiglia della media borghesia urbana, Soltani cresce in un Iran già segnato dalle disillusioni del riformismo di Khatami e dalla stretta securitaria successiva. La sua formazione è universitaria, tra studi giuridici e scienze sociali, ed è lì che matura un’idea semplice e pericolosa allo stesso tempo, ossia che la protesta non può limitarsi all’esplosione emotiva ma deve dotarsi di linguaggio, di una struttura ma anche di obiettivi riconoscibili e quindi condivisibili. È questa intuizione, più che un singolo episodio, a renderlo centrale nel ciclo di mobilitazioni che si apre dopo la morte di Mahsa Amini e che continua, carsico, ancora oggi.

Soltani non parla come un tribuno, evita consapevolmente l’enfasi e diffida delle formule salvifiche tanto care a molti dei suoi compagni di lotta. Nei suoi interventi, diffusi inizialmente attraverso canali Telegram e poi rilanciati da reti diasporiche, insiste su alcuni nodi che il potere preferirebbe tenere separati: diritti civili, crisi economica, corruzione sistemica, ruolo pervasivo dei Pasdaran nell’economia. È una saldatura che funziona perché riflette l’esperienza quotidiana di milioni di iraniani, soprattutto giovani, che non distinguono più tra repressione politica e impoverimento materiale.

Il tratto forse più interessante del suo profilo è la capacità di muoversi tra mondi diversi senza appartenere completamente a nessuno. Dialoga con gli studenti, interagisce con gli operai, sa farsi capire dalla classe accademica, eppure mantiene una distanza critica sia dai gruppi più radicali sia da una parte dell’opposizione in esilio, spesso tentata da semplificazioni e rivalità personali (e dio solo sa quante ce ne siano). In questo senso Soltani rappresenta una novità per la storia recente dell’opposizione iraniana, perché prova a costruire consenso interno prima ancora di cercare la legittimazione internazionale.

Il regime lo ha capito presto e le accuse che gli vengono rivolte, dall’istigazione al disordine pubblico alla collaborazione con potenze straniere, seguono un copione arcinoto, ma nel suo caso l’accanimento è indicativo. Non è tanto la sua popolarità a preoccupare Teheran, quanto la sua funzione di snodo, di traduttore politico di un malessere diffuso che fatica a essere neutralizzato con i soli strumenti repressivi.

Parlare di Soltani come del “leader” delle proteste in Iran sarebbe impreciso, perché il movimento resta frammentato e plurale, ma ignorarne il ruolo sarebbe altrettanto sbagliato. La sua figura segnala che qualcosa si è mosso in profondità, che una generazione ha iniziato a pensarsi non solo come vittima, ma come soggetto politico capace – almeno ipoteticamente – di prendere iniziative, di sopravanzare una realtà che pare eterna, immutabile e alla fine invincibile. Ed è proprio questo passaggio, più di qualsiasi slogan gridato in piazza, a rendere la sua storia rilevante e, per il potere, inquietante.


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